Un deposito segreto, materiale nucleare risalente al programma clandestino di Bashar al-Assad e la minaccia israeliana di intervenire militarmente se qualcuno avesse tentato di impadronirsene. Dopo mesi di trattative riservate, Stati Uniti, Israele, Siria e Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno trovato una soluzione che dovrebbe portare alla rimozione entro la fine dell’anno del materiale conservato nel cosiddetto Site 99.
L’esistenza dell’intesa è stata rivelata da Axios sulla base delle testimonianze di funzionari americani e israeliani. Il materiale non è stato ancora trasferito e le operazioni preparatorie continuano, ma il nuovo governo siriano avrebbe già autorizzato l’AIEA a intervenire. Washington ha così disinnescato una crisi che rischiava di provocare un nuovo attacco israeliano in territorio siriano e, secondo i timori emersi durante i negoziati, di coinvolgere indirettamente anche la Turchia.
Il luogo intorno al quale si è sviluppata la vicenda è indicato dalle fonti israeliane come Site 99 e sarebbe stato utilizzato dal regime di Assad per conservare materiale collegato al vecchio programma nucleare siriano. Fra ciò che vi sarebbe custodito figura anche yellowcake, il concentrato di uranio ottenuto dalla lavorazione del minerale e utilizzabile come materia prima nelle successive fasi del ciclo nucleare.
Secondo i funzionari americani citati da Axios, il materiale presente nel deposito non è direttamente utilizzabile per costruire un’arma atomica. La preoccupazione riguarda soprattutto la sua possibile dispersione o l’impiego di materiale radioattivo in un ordigno convenzionale, la cosiddetta bomba sporca.
La storia comincia quasi vent’anni fa. Il 6 settembre 2007 l’aviazione israeliana distrusse ad Al-Kibar, nella regione di Deir ez-Zor, una struttura che l’intelligence aveva identificato come un reattore nucleare costruito clandestinamente con assistenza nordcoreana. Israele mantenne il silenzio sull’operazione per oltre dieci anni, riconoscendone ufficialmente la responsabilità soltanto nel 2018.
Le successive indagini dell’AIEA trovarono particelle di uranio lavorato e altri elementi compatibili con l’esistenza di un reattore. Nel 2011 l’Agenzia concluse che l’edificio distrutto era «molto probabilmente» un reattore nucleare che avrebbe dovuto essere dichiarato. Ancora nel 2025, durante nuove verifiche effettuate con la collaborazione delle autorità succedute ad Assad, campioni prelevati in uno dei siti collegati al programma avevano rivelato numerose particelle di uranio naturale di origine antropica, cioè sottoposto a lavorazione chimica.
La caduta del regime di Assad alla fine del 2024 ha cambiato completamente il problema. Israele temeva che materiali rimasti per anni sotto il controllo di un apparato statale, per quanto ostile, potessero diventare accessibili ad altri soggetti. Poco dopo la fine del regime, le IDF avrebbero bombardato gli ingressi del Site 99 per impedirne l’accesso, continuando successivamente a sorvegliare l’area.
La questione è diventata particolarmente delicata quando l’intelligence israeliana ha rilevato movimenti sospetti intorno all’installazione. A Gerusalemme si è temuto che le nuove autorità siriane intendessero raggiungere il deposito e che Ankara, sempre più influente nella Siria post-Assad, potesse fornire assistenza. Israele ha quindi fatto sapere a Washington che il materiale avrebbe dovuto essere rimosso e che, in caso contrario, si riservava la possibilità di colpire nuovamente il sito.
L’amministrazione Trump ha scelto la strada diplomatica, chiedendo a Israele di evitare iniziative unilaterali e coinvolgendo direttamente l’AIEA. Quando gli americani hanno affrontato la questione con Damasco, secondo Axios, alcuni esponenti del nuovo governo avrebbero sostenuto di ignorare perfino l’esistenza del materiale.
Per il presidente siriano Ahmed al-Sharaa la soluzione offre anche un vantaggio politico. Il nuovo leader cerca da mesi di ricostruire i rapporti con Washington e con l’Occidente e contemporaneamente conduce colloqui per arrivare a un’intesa di sicurezza con Israele. Consegnare all’AIEA uno dei residui più pericolosi dell’eredità di Assad permette a Damasco di presentarsi come un interlocutore disposto a collaborare.
Se l’operazione verrà completata, si chiuderà così uno degli ultimi capitoli del programma nucleare siriano iniziato sotto Assad e distrutto militarmente da Israele nel 2007. Quasi vent’anni dopo, quello che cominciò con un raid aereo potrebbe terminare con tecnici dell’AIEA che caricano su un mezzo gli ultimi materiali rimasti. È anche una fotografia della nuova Siria, nella quale Israele continua a tracciare le proprie linee rosse, Washington prova a fare da arbitro e Damasco cerca un posto nel nuovo equilibrio regionale.