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L’Arabia Saudita prepara la guerra agli Houthi

Riad valuta un’offensiva con oltre 100 mila combattenti yemeniti mentre l’Alleanza della Mecca cerca nuovi membri e mostra i primi limiti

Alessandro Carmi

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L’Arabia Saudita prepara la guerra agli Houthi

L’Arabia Saudita si prepara a tornare pesantemente in guerra nello Yemen. Secondo Reuters, Riad sta mettendo a punto un’offensiva contro gli Houthi che potrebbe mobilitare oltre 100 mila combattenti yemeniti, sostenuti dall’aviazione saudita e dall’intelligence americana. L’obiettivo immediato è strappare ai ribelli filo-iraniani il controllo delle aree strategiche affacciate sul Mar Rosso e soprattutto di Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e costituisce uno dei passaggi cruciali del commercio mondiale.

Sul tavolo ci sarebbero due ipotesi. La prima prevede un’operazione concentrata sulla costa e su Bab el-Mandeb. La seconda, assai più ambiziosa, un attacco coordinato su più fronti, comprendendo anche le province di al-Bayda, Marib, Taiz e al-Jawf. Le forze di terra sarebbero yemenite, sotto supervisione saudita, mentre Riad fornirebbe la copertura aerea. Washington sta già offrendo informazioni di intelligence e assistenza per l’individuazione degli obiettivi, anche se gli Stati Uniti sembrano intenzionati a evitare un coinvolgimento diretto nei combattimenti.

È il segnale di quanto rapidamente sia cambiato l’equilibrio nella penisola arabica. Gli Houthi, entrati a Sana’a nel 2014 e combattuti dall’Arabia Saudita a partire dall’anno successivo, erano sembrati avviati verso una difficile convivenza con Riad dopo la tregua del 2022. Oggi sono diventati una potenza militare regionale capace di colpire con missili e droni, minacciare le infrastrutture energetiche saudite e condizionare una delle principali rotte marittime del pianeta. La loro recente avanzata lungo la costa yemenita ha trasformato Bab el-Mandeb in una leva strategica formidabile.

Proprio mentre prepara le armi, Riad deve però fare i conti con i limiti della nuova Alleanza della Mecca, il patto di difesa firmato il 7 agosto con Turchia e Pakistan. L’accordo stabilisce un principio simile all’articolo 5 della Nato: un attacco contro uno dei tre Paesi viene considerato un attacco contro tutti. Alla prova dei fatti, tuttavia, gli attacchi degli Houthi contro il territorio saudita hanno prodotto soprattutto condanne e consultazioni.

Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha annunciato una riunione d’emergenza a Riad per discutere la crisi. Sul tavolo ci sarà anche una proposta iraniana di dialogo politico con gli Houthi, considerata per ora un’alternativa all’intervento militare. Pakistan e Turchia hanno fornito assistenza e materiale militare ai sauditi, mentre Islamabad ha dispiegato decine di migliaia di uomini in Arabia Saudita con compiti difensivi. Nessuna decisione è stata presa sull’impiego di soldati pakistani nello Yemen.

L’Alleanza, intanto, potrebbe allargarsi. Dar ha dichiarato che più di sei Paesi hanno manifestato interesse per un’adesione, senza indicarne i nomi. In passato è stata citata soprattutto l’ipotesi dell’Egitto, mentre dal Cairo sono arrivati segnali di grande prudenza. La struttura stessa del patto richiederà probabilmente mesi prima di diventare pienamente operativa.

Per Israele il processo merita attenzione. Quando Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmarono l’accordo, a Gerusalemme emerse il timore che una nuova architettura militare regionale, formalmente difensiva e nata anche dalla paura dell’Iran, potesse un giorno assumere un orientamento ostile allo Stato ebraico. La presenza della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan alimenta ulteriormente questi interrogativi.

Per ora, però, il nemico che incombe sull’Arabia Saudita è molto più vicino. Gli Houthi hanno dimostrato di poter sopravvivere a un decennio di guerra, costruire un arsenale sofisticato con il sostegno iraniano e trasformare il caos yemenita in potere regionale. Riad aveva cercato per anni una via d’uscita da quella guerra. Ora potrebbe essere costretta a rientrarci, e questa volta la posta in gioco comprende il controllo di una delle arterie marittime più importanti del mondo.