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L’Arabia Saudita costruisce il suo drone kamikaze e copia la lezione dell’Iran

Riyadh sviluppa un velivolo ispirato allo Shahed-136 iraniano. Dopo la guerra, il regno riconosce che droni economici e prodotti in massa possono cambiare gli equilibri strategici più delle armi più sofisticate

Alessandro Carmi

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L’Arabia Saudita costruisce il suo drone kamikaze e copia la lezione dell’Iran

Per decenni l’Arabia Saudita ha rappresentato il cliente ideale dell’industria militare occidentale. Caccia americani di ultima generazione, sistemi antimissile Patriot e THAAD, tecnologie avanzatissime acquistate a costi enormi e considerate il simbolo della superiorità militare del regno. Oggi, però, Riyadh sta compiendo una scelta che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale come la guerra abbia cambiato il modo di pensare delle monarchie del Golfo. I sauditi stanno sviluppando un proprio drone kamikaze basato sullo Shahed-136 iraniano, il velivolo senza pilota che negli ultimi anni è diventato uno dei simboli della strategia militare di Teheran.

La decisione possiede un valore che va ben oltre gli aspetti tecnici. Significa che uno dei principali rivali regionali dell’Iran riconosce implicitamente l’efficacia del modello sviluppato dalla Repubblica islamica. Per anni Teheran, isolata dalle sanzioni internazionali e impossibilitata a competere con le grandi potenze sul terreno delle tecnologie più avanzate, ha costruito una dottrina militare fondata su strumenti relativamente semplici, poco costosi e facilmente riproducibili. Missili e droni sono diventati il cuore di una strategia che punta a logorare il nemico, saturarne le difese e imporre costi elevati senza dover conquistare la superiorità aerea.

La recente guerra ha mostrato chiaramente la logica di questo approccio. Molti droni iraniani sono stati abbattuti, ma il loro impiego ha comunque raggiunto obiettivi strategici importanti. Ogni lancio costringe infatti l’avversario a utilizzare intercettori che possono costare decine di volte di più del drone che devono distruggere. Uno Shahed-136 viene prodotto per poche decine di migliaia di dollari. Un missile intercettore può costarne centinaia di migliaia, in alcuni casi persino milioni. In queste condizioni anche un velivolo abbattuto contribuisce a consumare risorse economiche e operative del nemico.

È proprio questa lezione che sembra aver convinto Riyadh. Secondo quanto riferito da fonti saudite, il nuovo programma prevede la produzione locale di un drone con un raggio d’azione di circa 1.500 chilometri, progettato per essere realizzato in grandi quantità e a costi contenuti. La filosofia è molto diversa da quella che ha guidato finora la modernizzazione delle forze armate saudite. Accanto alle piattaforme sofisticate e costose si affianca ora uno strumento relativamente semplice, destinato a essere impiegato su larga scala.

L’aspetto più interessante è che il cambiamento non riguarda soltanto il piano militare. Lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei droni si inserisce infatti nel progetto Vision 2030 promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che punta a ridurre la dipendenza economica e tecnologica dall’estero e a creare un’industria nazionale della difesa. Il drone diventa quindi anche uno strumento industriale e politico, parte di una strategia più ampia che mira a rendere il regno meno dipendente dagli Stati Uniti.

Dietro questa scelta emerge inoltre una crescente consapevolezza riguardo alle vulnerabilità saudite. L’attacco del settembre 2019 contro gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais, attribuito a droni e missili iraniani, aveva già mostrato quanto fosse difficile difendere infrastrutture strategiche enormi da minacce relativamente economiche. Oggi quella lezione sembra essere stata definitivamente assimilata.

Le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini sauditi. Se l’Iran è stato il primo attore regionale a fare dei droni kamikaze un elemento centrale della propria strategia, ora gli Stati del Golfo stanno seguendo la stessa strada. Il risultato potrebbe essere una nuova fase della corsa agli armamenti mediorientale, nella quale il numero di droni disponibili e la capacità di produrli rapidamente diventeranno fattori importanti quanto i missili balistici, gli aerei da combattimento e i sistemi di difesa aerea.

Il paradosso è evidente. Per contenere l’influenza iraniana, l’Arabia Saudita sta adottando alcuni degli strumenti che hanno reso efficace la strategia iraniana. In altre parole, uno dei principali successi ottenuti da Teheran non consiste tanto nei bersagli colpiti durante la guerra, quanto nell’aver convinto i propri avversari che il suo modello militare merita di essere imitato.

Nel Medio Oriente del 2026, dove le guerre vengono combattute sempre più spesso da sciami di droni anziché da flotte di bombardieri, il riconoscimento più significativo dell’efficacia dello Shahed-136 arriva proprio da chi per anni lo ha considerato una minaccia. Riyadh ha tratto la sua conclusione. Per affrontare l’Iran non basta possedere armi più sofisticate. Occorre anche imparare a usare le armi che hanno permesso alla Repubblica islamica di sfidare avversari molto più ricchi e tecnologicamente avanzati.