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Donne, la libertà sotto assedio

Da Gaza all’Iran e all’Afghanistan, a Milano le testimonianze di donne sopravvissute alla violenza e alla repressione dell’estremismo islamista

Sara Hernández Díez

Tempo di Lettura: 5 min
Donne, la libertà sotto assedio
Iimmagine generata con AI

In occasione della Milano Fashion Week, l’Istituto Milton Friedman ha organizzato il convegno «Donne: la libertà è sempre di moda» per denunciare, attraverso le testimonianze di vittime del terrorismo islamico e gli interventi di esponenti politici, personalità del mondo della moda e influencer, come i diritti delle donne vengano calpestati, a volte per il solo fatto di essere nate donne, mentre l’essere donna è un dono, «un’avventura che richiede un coraggio enorme, una sfida che non finisce mai».

Ela Elyakim aveva otto anni quando i terroristi di Hamas l’hanno strappata da casa a Nahal Oz insieme alla sorella quindicenne, trasmettendo l’irruzione e il sequestro su Facebook. Il padre, la compagna e il figlio di quest’ultima furono uccisi. Ela è sopravvissuta a 51 giorni di prigionia, prima in diverse case e poi sottoterra in «una gabbia simile a quelle per i cani, solo un po’ più grande». Ha vissuto nel timore sentendosi dire che il popolo d’Israele non le voleva più e che sarebbero cresciute a Gaza, e non riusciva a credere alle promesse che sarebbe tornata dalla madre, come poi è avvenuto. Ha trovato la forza di resistere nella sorella, che oggi prosegue la sua battaglia nelle Forze di Difesa Israeliane. Alla sua giovane età, Ela testimonia ciò che Hamas ha fatto il 7 ottobre e durante la prigionia e parla affinché si conosca ciò che ha vissuto, quale sia la storia d’Israele e cosa sia successo.

Allo stesso modo, Aviva Siegel vuole diffondere nel mondo la verità che non può dimenticare. Rapita nella sua casa e prigioniera per 51 giorni a Gaza, ha condiviso il tunnel con Ela e con il marito Keith, tornato a casa a 67 anni dopo 484 giorni di prigionia, affamato e dopo essere stato costretto a scavare la propria tomba.

La sofferenza altrui la faceva patire più di tutto; proteggere il marito dalla morte era la sua priorità: gli cedeva di nascosto la metà del suo «cibo» (un quarto di pita così secca da dover bere acqua per mandarla giù). È stata minacciata di morte per aver abbracciato una giovane uscita dal bagno tremante, per aver scoperto un piede una notte perché aveva caldo, e Keith per aver chiesto di muoversi un po’. Trattati come proprietà di Hamas, furono privati di ogni diritto, senza poter nemmeno piangere o restare più di due minuti in bagno, sentendosi dire che Israele non esisteva più, che non avevano più un posto in cui tornare. Confessa di aver perso la speranza, ma ora spera che questo mondo si svegli e diventi un posto migliore per le ragazze in Afghanistan, Iran e Israele, cercando ancora risposte ai troppi perché.

È difficile trovare parole per quanto ha sopportato Fawzia Amin Sido, per ciò che nessun essere umano dovrebbe mai subire. Nel 2014, durante la strage di Sinjar (oltre 1.292 vittime e 6.417 rapiti in pochi giorni), il Daesh la strappò dal fratellino di cinque anni che stringeva per mano, rubandole l’infanzia e l’innocenza. Ha subito dieci anni di prigionia, in schiavitù, venduta da un uomo all’altro, violentata e torturata (catene, scariche elettriche). Trasferita nel 2020 a Gaza, è stata venduta a un jihadista, costretta a sposarlo e ad avere due figli. È stata rinchiusa per tre mesi al buio pesto, senza letto né cibo, dormendo in piedi per un mese e frustata con cavi.

La propria identità e il ricordo della madre l’hanno tenuta in vita. E grazie a un’altra donna, che le ha prestato il telefono di nascosto, è riuscita a lanciare un SOS su TikTok, in niqab e a seguito di un’operazione internazionale, a riconquistare la libertà. Ora non chiede compassione ma umanità. Invoca un’eccezione umanitaria per il ricongiungimento familiare con la madre e il fratello, facendo appello alla nostra coscienza e alla nostra responsabilità collettiva e pregandoci di non smettere di cercare gli yazidi, le donne yazide e i dispersi.

Dà voce a chi non ne ha anche Elaheh Tavakolyan, ricordando quelle persone che nelle carceri iraniane lottano per la libertà mentre attendono la condanna a morte, come il suo compagno Ali Zari, manifestante del movimento «Donna, Vita, Libertà», che come lei ha perso un occhio durante le manifestazioni, dopo che entrambi sono stati colpiti da proiettili di gomma.

Elaheh ci mette in guardia dal sottovalutare la realtà: dall’inizio dell’anno sono state impiccate più di mille persone e, proprio adesso, ci sono prigionieri a un passo dalla forca. Invoca un giorno in cui nessuno sia più costretto a scendere in strada né a perdere la vita, o un occhio, per la libertà.

Attualmente, come conferma l’afghana Husna Jalal, sia Hamas sia i talebani sia la Repubblica Islamica diffondono terrore per zittire le voci che cercano di levarsi contro di loro. Alle ragazze in Afghanistan vengono negati i diritti fondamentali, a partire dall’istruzione, e sono escluse da molte aree del lavoro e della vita pubblica. Le donne sono così relegate in una condizione di apartheid di genere che limita la loro libertà, indipendenza e capacità di partecipare al futuro del proprio Paese. Ma queste donne — in Afghanistan, Iran e Medio Oriente — continuano a resistere, a imparare, a organizzarsi, a farsi sentire e a sperare in un futuro luminoso.

Il mondo deve seguire il loro esempio. L’estremismo è una sfida condivisa che non rispetta i confini. Reti e movimenti islamisti radicali operano anche oltre il Medio Oriente, compresa l’Europa, e non possiamo ignorarlo. Molte di queste donne hanno dovuto cercare rifugio nel Vecchio Continente. Da qui dove dovranno andare, su Marte?