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Vasily Grossman, la libertà ritrovata nello sguardo della Madonna Sistina

Dal dipinto di Raffaello ai volti di Treblinka, dalla fedeltà sovietica alla riscoperta della propria identità ebraica: il percorso umano e intellettuale dello scrittore che vide nella letteratura uno spazio irriducibile di libertà

Giuliana Iurlano

Tempo di Lettura: 5 min
Vasily Grossman, la libertà ritrovata nello sguardo della Madonna Sistina

La Madonna Sistina è un dipinto a olio su tela di Raffaello, conservato nella Gemäldegalerie di Dresda. Esso ha un significato molto importante nel percorso intellettuale e umano di Vasily Grossman, “scrittore russo ma con un destino ebraico”, come lo aveva definito Shimon Markish, ma anche homo sovieticus finché proprio la Madonna Sistina – esposta nel 1954 nel Museo Puškin di Mosca, prima di essere restituita alla Galleria di Dresda, da dove i sovietici l’avevano sottratta nel 1945 – non lo rese profondamente consapevole del senso di umanità che sgorgava dalla sua bellezza: “È democratica, umana; è la bellezza di tante, tantissime persone […]. È universale. La Madonna è anima e specchio dell’uomo, e chiunque la guardi coglie in lei l’umano”.

Ma, improvviso, un salto analogico e lacerante lo scuote: “La Cappella Sistina… La camera a gas di Treblinka”. Di colpo, Grossman ricorda dove ha visto quei volti così intensi; li ha visti nel lager di Treblinka ed erano gli stessi volti rassegnati dei condannati alle camere a gas. Era come se la Madonna Sistina avesse “camminato con noi, con noi ha viaggiato per un mese e mezzo su un vagone cigolante, cercando i pidocchi fra i capelli soffici e sporchi del suo bambino. Ha vissuto con noi la collettivizzazione forzata. […]”. Era anche alla stazione di Konotop: “Si avvicinò al vagone di un rapido, terrea di sofferenza, e alzò i suoi occhi meravigliosi per dire senza voce, muovendo appena le labbra, ‘Pane…’”.

Grossman – che, come corrispondente dell’Armata Rossa, era entrato tra i primi nel lager e che, come scrittore sovietico, aveva conosciuto la realtà dei gulag, dove venivano internati i “presunti” dissidenti – esclama: “Perché siamo vivi?”. La stessa domanda di Primo Levi, di Robert Antelme, di Viktor Frankl, di Paul Celan e di tanti altri sopravvissuti all’epoca della morte e del terrore.

“Il secolo delle tenebre non è buio da un capo all’altro” – ha scritto Tzvetan Todorov, ma è attraversato da alcune “guide” e una di queste è stata senz’altro Vasily Grossman, “uno dei grandi scrittori di questo secolo, di origine ebraica, di lingua russa, di nazionalità sovietica”. Un uomo che aveva “attraversato” la storia, che aveva visto l’ascesa al potere di Stalin e la dekulakizzazione, la collettivizzazione delle terre e la carestia voluta dallo Stato in Ucraina (l’Holodomor) negli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale.

Grossman partecipa a tutti i principali avvenimenti del suo tempo, prima di scoprire la sua vena letteraria e di decidere di dedicarvi tutta la sua vita: non è una scelta facile, perché uno scrittore in Unione Sovietica deve adeguarsi ai canoni “artistici” del regime, deve autocensurarsi o accettare di tagliare molte parti di ciò che ha scritto perché non conformi alla linea ufficiale, dettata da Gorkij.

Inizialmente accetta, pur di scrivere, di sottoporsi a tutto questo, ma le cose cambiano quando diventa corrispondente dell’Armata Rossa. Lì sente di non poter più mentire, di non poter più credere al mito della “guerra patriottica”, perché i suoi taccuini di guerra toccano molti temi “proibiti”, compresa la considerazione che l’ordine di Hitler corrispondesse esattamente all’analogo ordine n. 227, “Non un passo indietro!”, emanato da Stalin, e che lo “spirito di Stalingrado” si basasse sul coraggio dei tanti ordinari soldati “Ivan” e, soprattutto, che esso significasse la libertà non solo dai nazisti invasori, ma anche dalle strette maglie della società sovietica.

In quegli anni, Grossman sembrava muoversi all’interno di una balka, una di quelle gole profonde che improvvisamente si aprono lungo il corso del Volga, sicure come nascondiglio, ma anche molto pericolose. Saranno proprio quegli anni di guerra a mettere Grossman di fronte a una realtà che aveva rimosso, il destino degli ebrei, un destino che risveglia in lui proprio la sua anima ebraica. I due aspetti, libertà ed ebraismo, a un certo punto si intersecano, si annodano indissolubilmente.

Non troveremo mai, negli scritti di Grossman, un esplicito recupero delle sue radici ebraiche, ad eccezione delle sue ultime volontà espresse in punto di morte: “Non voglio che la mia bara sia messa in bella mostra nell’edificio dell’Unione degli scrittori. Voglio essere seppellito nel cimitero ebraico ‘Vostriakovo’. E voglio davvero che il mio romanzo venga pubblicato, anche se ciò fosse possibile solo all’estero”.

La tragica morte della madre, uccisa insieme a tanti altri ebrei a Berdičev, lo sterminio di Babij Jar e tutto ciò che lo aveva reso testimone della Shoah nell’Europa orientale, di quell’Holocaust by Bullets che sarebbe stato riconosciuto soltanto molto tempo dopo, avevano affinato in lui uno sguardo potente, capace di oltrepassare la realtà per penetrare nel fondo dell’anima.

E così si era riscoperto “ebreo”: aveva scritto Vita e destino, ma il romanzo era finito imprigionato, mentre lui continuava a chiedere la libertà per il suo libro (Grossman a Chruščëv, 24 febbraio 1962). Naturalmente, il libro non fu liberato e Grossman morì di cancro nel 1964, senza nemmeno essere seppellito nel cimitero ebraico, per volontà della moglie. Tuttavia, era riuscito a guadagnarsi lo spazio della libertà: la letteratura gli aveva dato gli strumenti per resistere e per rendere universale l’umanità nell’uomo, insieme alla sua qualità essenziale: la libertà.