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Eisenhower allontana Washington da Israele

Nel 1953 la nuova amministrazione americana archivia la linea di Truman e punta sul mondo arabo per contenere l’espansione sovietica in Medio Oriente

Antonio Donno

Tempo di Lettura: 3 min
Eisenhower allontana Washington da Israele

Gli anni ’50, con l’ingresso dei repubblicani americani di Eisenhower alla Casa Bianca, videro un rapido mutamento dell’atteggiamento di Washington nei confronti di Israele. I tempi di Truman erano tramontati e la politica americana ne risentì in modo particolare, soprattutto sulle questioni mediorientali.

Negli ambienti della Casa Bianca e del dipartimento di Stato circolò un documento redatto il 31 marzo 1953 che conteneva valutazioni americane sulla situazione mediorientale. Esso era in gran parte incentrato sull’analisi del pericolo della penetrazione dell’Unione Sovietica nel Medio Oriente, con particolare riguardo alla Siria, obiettivo di prima importanza per Mosca. Il documento evidenziava i seguenti obiettivi della politica americana: pace tra Israele e i Paesi arabi; soluzione del problema dei profughi; appeasement nei confronti del mondo arabo per mezzo di una decisa riaffermazione dell’inesistenza di una special relationship tra Stati Uniti e Israele, che aveva fortemente caratterizzato la politica di Truman; infine, la creazione di un patto di difesa regionale in funzione anti-sovietica. Era un documento che rivedeva profondamente la politica perseguita da Truman negli anni precedenti.

Per dare seguito a questo documento, il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, partì per il Medio Oriente per avere una serie di incontri con i leader della regione e puntare al loro allontanamento dalle mire politiche dell’Unione Sovietica. Dopo la partenza di Dulles, fu reso noto un secondo documento, nel quale si studiava la posizione politica di Israele e si proponeva una nuova politica degli Stati Uniti verso lo Stato ebraico. Il documento analizzava in primo luogo la debolezza economica di Israele e la sua dipendenza dagli aiuti pubblici e privati americani, ma nello stesso tempo sosteneva che nessun aiuto militare dovesse essere concesso a Gerusalemme, poiché la forza militare israeliana era giudicata superiore a quella di tutti gli Stati arabi messi insieme. Inoltre, un eventuale patto di difesa del Medio Oriente avrebbe dovuto escludere Israele perché la presenza dello Stato ebraico non sarebbe stata gradita al mondo arabo. Quanto al problema dei profughi, la soluzione era da ricercarsi nella loro sistemazione nei Paesi arabi vicini e, per una piccola parte, nel loro ritorno in Israele.

Gli Stati Uniti si sarebbero sobbarcati il maggiore onere economico di tutta l’operazione. Gerusalemme, secondo il documento americano, avrebbe dovuto essere internazionalizzata, anziché essere annessa in parte alla Giordania e in parte a Israele.

Lo Stato ebraico avrebbe dovuto desistere dalle azioni di rappresaglia perché giudicate causa di un ulteriore aggravamento del conflitto arabo-israeliano. Infine, Israele avrebbe dovuto limitare l’immigrazione ebraica in quanto non conciliabile con le possibilità economiche dello Stato ebraico, ma anche perché giudicata pericolosa dai Paesi arabi. Questa seconda ragione deve essere posta in cima alle preoccupazioni di Washington. Tali posizioni furono ribadite in un successivo documento, redatto alla vigilia della partenza di Dulles, che si espresse in termini molto critici nei confronti di Israele: «Fino ad oggi, comunque, la partnership americana con Israele è stata un’intesa sbilanciata, con gli Stati Uniti che hanno dato aiuto e sostegno massicci mentre hanno ricevuto poco o nulla in cambio».

L’affermazione di Dulles rappresentava il nocciolo del profondo mutamento della politica americana nei confronti di Israele e della nuova considerazione che le questioni del Medio Oriente stavano emergendo nelle valutazioni politiche degli interessi americani verso il Medio Oriente, tra i quali la questione israeliana andava occupando un ruolo sempre più marginale.