Si sa con certezza che un primo piccolo gruppo di ebrei olandesi sbarcò nel Nuovo Mondo nel 1654. Proveniente da Recife e diretto alle isole caraibiche fu catturato e derubato da corsari, e costretto a sbarcare a New Amsterdam. Con loro sbarcò anche sul suolo americano uno dei principi fondanti dell’ebraismo di tutto il mondo, il Kelal Israel, vale a dire la responsabilità di ciascun ebreo nei confronti di ogni correligionario, ovunque esso si trovi.
Da quel momento in poi, quando gli olandesi si impegnarono – nonostante il parere contrario del governatore Peter Stuyvesant – a sostenere anche economicamente il piccolo gruppo approdato in America, il percorso dell’ebraismo prima, e del sionismo poi, in terra americana si sviluppò in una maniera a dir poco originale rispetto a quanto accadeva in Europa. Si può parlare, infatti, anche per l’ebraismo americano di una forma di “eccezionalismo”, quello stesso eccezionalismo che gli storici americanisti hanno da sempre individuato come una delle principali caratteristiche della storia degli Stati Uniti, dagli esordi coloniali alla nascita, nel 1776, della nuova entità statuale federale, repubblicana e democratica.
Del resto, che l’accoglienza degli ebrei non sarebbe stata ostacolata lo dimostra anche l’idea puritana di Sion (anche i protestanti calvinisti erano stati costretti a lasciare il Vecchio Mondo) e l’aspirazione a realizzare il Sacro Esperimento, vale a dire un “buon governo” nella Terra Promessa, la celebre “città sulla collina”, destinata a costituire un modello alternativo all’assolutismo del Vecchio Mondo, dove i rapporti politici, economici e sociali apparivano cristallizzati e ormai profondamente irriformabili.
Fu abbastanza facile per le sei piccole comunità ebraiche del Nord America – stanziatesi a Montreal, Newport, New York, Filadelfia, Charleston e Savannah – organizzarsi attorno alla sinagoga, vero centro propulsore della comunità ebraica e costante incentivo alla zedakah, alle opere di carità, anche nei confronti degli ebrei della Palestina. Al contrario di quanto accadeva in Europa, dove gli ebrei avrebbero dovuto attendere l’avvento della modernità per vedere riconosciuti i propri diritti civili e politici, la sinagoga esercitava un controllo sociale molto debole sui suoi membri, caratterizzandosi come un punto di aggregazione tollerante e fortemente integrato nel contesto della fluida società americana.
Di conseguenza, la battaglia per il passaggio dalla “tolleranza” alla “libertà” religiosa fu segnata dalla consapevolezza, da parte degli ebrei americani, di dover acquisire i diritti politici nell’ambito di una piena e sostanziale cittadinanza. Ed ecco, allora, la loro partecipazione in prima linea ai principali avvenimenti della storia americana, a cominciare dalla Rivoluzione del 1776, che significò l’eguaglianza politica a livello federale – ribadita nel 1787 dall’Ordinanza del Nordovest e, nel 1791, dal Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America – una partecipazione ufficialmente riconosciuta anche dal presidente George Washington nel 1790, in una lettera indirizzata alla congregazione di Newport.
Tutto ciò, però, mise ben presto in luce uno strano paradosso, comune anche ad altri gruppi religiosi: se a livello federale gli ebrei erano a tutti gli effetti cittadini americani, non lo erano invece in parecchi Stati dell’Unione. Soltanto uno Stato, New York, concesse nel 1777 la piena cittadinanza agli ebrei, mentre Stati come il Rhode Island, il New Hampshire, il New Jersey, il North Carolina e il Connecticut ancora fino al 1840 non consentivano loro di godere pienamente dei diritti propri di una sostanziale cittadinanza politica.
Ed ecco, allora, gli ebrei americani, al pari di altri gruppi religiosi, lottare in prima persona per il riconoscimento formale e sostanziale dei propri diritti, in un contesto come quello americano, privo della linfa dell’antisemitismo medievale e nel quale il pregiudizio antiebraico di matrice cristiana, pur talvolta presente, risultava facilmente contrastabile attraverso una presa di posizione pubblica e decisa.
La storia delle origini dell’ebraismo in terra americana è, dunque, parte integrante della storia stessa degli Stati Uniti e dei loro principi di eguaglianza e di libertà. Anche la sua organizzazione comunitaria rispecchiava la dinamicità e l’apertura della società americana: l’ebraismo statunitense, infatti, mostrò sin da subito di non obbedire al modello di un’unica comunità a struttura gerarchica come quella europea, nata e sviluppatasi all’interno del recinto protettivo del ghetto. Ciò provocò numerose divisioni interne che, tuttavia, furono superate dalla comune volontà di difendere il popolo d’Israele ovunque esso fosse perseguitato e oppresso.
Naturalmente, questo obiettivo non venne perseguito da tutti nello stesso modo. Una delle principali strade percorse dall’ebraismo americano fu, agli inizi del Novecento, quella della Federation of American Zionists (FAZ), guidata, a partire dal 1914, dal giudice della Corte Suprema Louis D. Brandeis.
Brandeis si convinse presto della necessità di coniugare il proprio moderato liberalismo con un progressismo militante, scelta che lo portò a entrare nelle grazie della prima amministrazione Wilson durante la sua battaglia contro il big business. Successivamente, dopo un incontro con Nahum Sokolow, giunto a Boston nel 1913 per un ciclo di conferenze, aderì al sionismo, deciso a incorporarlo pienamente nell’americanismo di ispirazione progressista.
Secondo la sua visione, infatti, il sionista era un americano al cento per cento perché condivideva nel modo più pieno i valori nazionali e, nello stesso tempo, cercava di estenderli e radicarli anche al di fuori del proprio Paese, impegnandosi anzitutto nella creazione di uno Stato nazionale ebraico in Palestina.
La convergenza di questa idea con quella del “pluralismo culturale”, proposta in quegli anni da Horace Kallen, fece del movimento sionista americano una vera punta di diamante soprattutto in occasione della Dichiarazione Balfour.
Durante il primo conflitto mondiale, il sionismo americano aveva deliberatamente mantenuto una posizione di neutralità rispetto ai belligeranti, cercando di non far trapelare in alcun modo le scelte individuali dei propri rappresentanti ufficiali, molti dei quali erano più propensi a sostenere gli Imperi Centrali che l’odiata Russia zarista.
In questa strategia Brandeis seguiva e appoggiava la stessa posizione del presidente Wilson che, pur dopo l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, non dichiarò mai guerra alla Turchia e cercò fino all’ultimo di condurla a una pace separata. Per il presidente americano la questione mediorientale era strettamente collegata alle attività missionarie e commerciali con la Sublime Porta, mentre l’aspetto politico veniva sostanzialmente lasciato all’Impero britannico, che nell’area aveva interessi strategici di primaria importanza.
Nello stesso tempo, però, Wilson condivideva la “diplomazia umanitaria” delle amministrazioni precedenti e sosteneva la politica di aiuti umanitari agli ebrei della Palestina, secondo una linea di conduzione della politica estera improntata alla massima cautela.
Quando, però, i sionisti britannici – guidati da Chaim Weizmann e intenzionati a fare pressione sia sul British War Cabinet perché emanasse un’esplicita dichiarazione a favore di una national home (un focolare nazionale) in Palestina sotto forma di protettorato britannico, sia sui sionisti americani affinché ottenessero l’approvazione di Wilson in tal senso – cominciarono a insistere per modificare la posizione del presidente, il movimento sionista americano si trovò effettivamente in una situazione molto delicata, dovendo dimostrare concretamente la propria lealtà agli Stati Uniti.
La posizione “attendista” dei sionisti americani – tanto criticata dai sionisti britannici – era perfettamente coerente con la scelta wilsoniana di mantenersi distante dalle mire territoriali delle potenze europee.
Così, quando il 2 novembre 1917, in seguito alla stretta convergenza di interessi tra il governo britannico e il movimento guidato da Weizmann, Arthur James Balfour rese pubblica la dichiarazione del governo di Sua Maestà a favore della creazione di una patria ebraica in Palestina attraverso una lettera indirizzata al barone Walter Rothschild, e quando, alcune settimane più tardi, il generale Edmund Allenby entrò con il suo esercito a Gerusalemme, i sionisti americani dovettero invece attendere che Wilson maturasse la propria decisione.
Il 31 agosto 1918, quando il conflitto mondiale volgeva ormai al termine, il presidente inviò al rabbino Stephen Wise, anima religiosa del movimento, una lettera con la quale approvava la Dichiarazione Balfour in occasione del Capodanno ebraico, congratulandosi con lui per il lavoro che la Commissione Weizmann stava svolgendo in Palestina per la fondazione della Hebrew University di Gerusalemme.
La paziente attesa dei tempi della politica americana aveva costituito un importante banco di prova della perfetta compatibilità tra sionismo e americanismo. Wilson e Brandeis avevano proceduto in piena sintonia, entrambi animati dall’idea di estendere i principi della libertà e della democrazia americana anche al di fuori degli Stati Uniti. Da quel momento in poi, inoltre, la “solenne promessa” fatta al popolo ebraico avrebbe segnato, di fatto, l’ingresso discreto ma sempre più significativo degli Stati Uniti nello scenario mediorientale.
Giuliana Iurlano
è stata professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali nell’Università del Salento ed attualmente è presidente del Cesram (Centro Studi Relazioni Atlantico-Mediterranee)

