I duecentocinquant’anni di vita degli Stati Uniti d’America rappresentano il trionfo della democrazia e continuano a significare che la democrazia americana si pone come esempio della conquista e dello sviluppo della libertà da parte di un popolo che si è qualificato agli occhi del mondo come avanguardia dei diritti umani e dei principi fondamentali che devono caratterizzare l’esistenza della comunità umana in ogni parte del mondo. Eppure, non fu così quando trionfò la rivoluzione americana. In Europa si stentò a credere che i fatti d’oltreoceano avrebbero proiettato nel tempo i principi basilari della democrazia.
Hannah Arendt, nel suo fondamentale On Revolution (Sulla rivoluzione), fu estremamente chiara al proposito: «La triste verità della faccenda è che la rivoluzione francese, che terminò nel disastro, è diventata storia del mondo, mentre la rivoluzione americana, che terminò col più trionfante successo, è rimasta un evento di importanza poco più che locale». Tuttavia, la Dichiarazione d’Indipendenza, che fece seguito alla rivoluzione, ruppe fragorosamente l’indifferenza europea, perché i Founding Fathers, i Padri fondatori, furono chiari nel sottolineare il problema cruciale dei diritti naturali degli individui.
Da questo punto di vista, la Dichiarazione d’Indipendenza è una perfetta deduzione razionale, che difende senza alcuna alternativa i diritti inviolabili dell’uomo, che erano fortemente condivisi da tutti i Founding Fathers, da Thomas Paine a Thomas Jefferson, da James Madison a George Washington e ad Alexander Hamilton. Quest’ultimo scrisse parole formidabili su questi temi: «I sacri diritti dell’umanità non devono essere riposti tra le vecchie pergamene o tra ricordi ammuffiti. Sono scritti, come con un raggio di sole, nell’intera essenza della natura umana dalla mano della divinità stessa; e non possono mai essere cancellati o oscurati dal potere mortale».
I duecentocinquant’anni, dunque, pongono oggi gli Stati Uniti in una posizione internazionale ancora più decisiva rispetto a un quadro globale che tende a manifestare fattori di crisi in diversi punti dello scacchiere del sistema politico internazionale. Questa odierna evidenza pone lo studioso in una situazione interpretativa che lo riporta alle origini della democrazia americana, agli anni iniziali dell’esistenza di una nazione che si è manifestata come esito grandioso di una rivoluzione democratica universale. Infatti, se consideriamo il ruolo ricoperto dagli Stati Uniti a livello internazionale fin dalla loro nascita, non possiamo non evidenziare che la rivoluzione americana ha coinvolto un contesto più vasto di natura atlantica, in primo luogo euro-atlantica, e, di conseguenza, la Dichiarazione d’Indipendenza deve essere interpretata come primo trattato internazionale, inteso anzitutto come interdipendenza tra le varie colonie, poi come trattato di natura propriamente internazionale tra i vari Stati indipendenti che composero l’Unione, secondo l’aurea regola dell’equilibrio tra poteri (balance of power).
Il riferimento che qui si è fatto alle origini della democrazia americana non può che mettere in grande risalto come i duecentocinquant’anni di vita degli Stati Uniti continuino a dimostrare che la Dichiarazione d’Indipendenza ha una vitalità concettuale solidissima, perché ancor oggi costituisce una sintesi preziosa dell’American mind, che ne è alla base e che implica il riconoscimento dei diritti naturali, cioè quella parte dello stato di natura data da Dio a tutti gli uomini e che si traduce in un punto di partenza che è l’eguaglianza, il principio-cardine dell’esistenza degli uomini sulla terra. I 250 anni non sono soltanto una data legata all’oggi, alle manifestazioni – pur molto significative – che si svolgono negli Stati Uniti, ma ci devono riportare alla Dichiarazione d’Indipendenza, che è il momento più alto e il punto di svolta dell’esperienza americana di autogoverno e di conquista della libertà. Tutto questo è implicito nel discorso di commiato di George Washington alla fine del suo secondo mandato presidenziale: «Un motivo dominante ha diretto la mia condotta: dare del tempo al mio paese per assestare e far maturare le sue istituzioni ancora recenti [e] assicurargli […] il governo dei propri destini».
I 250 anni di vita della democrazia americana hanno assicurato ai propri cittadini ciò che aveva promesso Washington. Lo «Spirito dell’Unione» si è mantenuto saldo, nonostante temporanee crisi, e ha portato gli Stati Uniti a rappresentare l’esempio di democrazia in ogni parte del mondo.