Il Libano è arrivato a un punto in cui non può più fingere che la propria crisi sia soltanto economica, istituzionale o confessionale. Il cuore del problema è più semplice, e proprio per questo più feroce: esiste uno Stato, con un presidente, un governo, un esercito e frontiere riconosciute, ma dentro quello Stato continua a muoversi un esercito parallelo, Hezbollah, che decide guerra e pace in nome proprio e per conto dell’Iran.
Dopo anni di paralisi, Beirut ha oggi un presidente, Joseph Aoun, ex comandante dell’esercito, e un primo ministro, Nawaf Salam, giurista, diplomatico, già presidente della Corte internazionale di giustizia. La loro missione è quasi impossibile: ricostruire un Paese collassato, restituire credibilità alle istituzioni, negoziare con Israele, ottenere aiuti occidentali e arabi, e soprattutto portare le armi sotto il controllo esclusivo dello Stato. Non è un dettaglio tecnico ma la domanda essenziale: chi comanda davvero in Libano?
Il nuovo accordo quadro mediato dagli Stati Uniti tra Libano e Israele prova a rispondere proprio a questo. Prevede un percorso graduale che comprende il ritiro israeliano da alcune zone, il rafforzamento dell’esercito libanese, i meccanismi di verifica, lo smantellamento delle infrastrutture militari di Hezbollah. Washington lo presenta come un primo passo verso la sovranità libanese. Israele lo considera una condizione minima di sicurezza dopo mesi di guerra e missili. Hezbollah lo ha respinto subito, definendolo una resa, e ha fatto capire che non intende consegnare le armi.
Qui sta il nodo. Hezbollah è stato colpito duramente sul piano militare, ha perso uomini, infrastrutture, prestigio e parte della sua aura di invincibilità. Ma sarebbe un errore pensare che sia già finito. Resta radicato nella comunità sciita, dispone ancora di milizie, reti sociali, denaro, controllo territoriale, intimidazione politica. E soprattutto resta legato all’Iran, che lo considera una delle sue pedine fondamentali nel Mediterraneo orientale. Per neutralizzarlo non basta una firma a Washington, né un proclama del governo libanese, né una risoluzione dell’Onu ripetuta come un rosario diplomatico.
Le forze in campo sono molte. C’è l’esercito libanese, l’unica istituzione ancora abbastanza rispettata da attraversare le fratture confessionali del Paese, ma povera, fragile, bisognosa di sostegno internazionale. C’è il presidente Aoun, che sa benissimo che uno scontro frontale con Hezbollah potrebbe incendiare il Libano dall’interno. C’è Salam, che tenta di riportare Beirut dentro un circuito di legalità internazionale e riforme. C’è Nabih Berri, vecchio capo sciita di Amal e presidente del Parlamento, mediatore indispensabile e insieme simbolo di un sistema politico che ha protetto troppe ambiguità. Ci sono Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, pronti ad aiutare il Libano solo se vedranno un reale arretramento dell’asse iraniano.
E poi c’è Israele, che non accetterà più il vecchio equilibrio: Hezbollah armato al confine, l’Onu a fare da spettatore, Beirut che dice di non poterci fare nulla. Dopo il 7 ottobre quella stagione è finita. Per Gerusalemme la linea è chiara: se lo Stato libanese non disarma Hezbollah, Israele continuerà a colpire quando riterrà di doverlo fare. È una prospettiva dura, ma è anche il risultato di anni in cui il Libano ha lasciato che una milizia trasformasse il sud del Paese in una piattaforma dell’Iran.
Le possibilità che Hezbollah venga neutralizzato esistono, ma non vanno vendute come imminenti. Lo scenario più realistico non è il disarmo spettacolare, con i miliziani che consegnano i razzi davanti alle telecamere. È un logoramento progressivo: esercito libanese che entra in aree prima interdette, infrastrutture smantellate a sud del Litani, finanziamenti più controllati, pressione diplomatica su Teheran, ricostruzione legata a condizioni precise. Un centimetro alla volta, senza guerra civile, senza illusioni.
Il rischio, però, è enorme. Hezbollah può sabotare il processo con la piazza, con le armi, con la paralisi politica. L’Iran può usare il Libano come leva nei suoi negoziati regionali. Israele può decidere che la gradualità non basta. E il governo libanese può restare schiacciato tra troppe pressioni e troppo poco potere reale.
Il Libano oggi è questo: un Paese che tenta di tornare Stato mentre una milizia pretende di restare destino. La partita non è solo libanese. Riguarda Israele, l’Iran, l’Occidente, il futuro del Medio Oriente dopo il 7 ottobre. Se Hezbollah perderà il monopolio della paura, Beirut avrà una possibilità. Se lo conserverà, il Libano continuerà a essere un Paese bellissimo governato da altri, minacciato da dentro, e lasciato a pagare il prezzo delle guerre che non ha mai davvero scelto.