Mille giorni dopo il 7 ottobre, Israele continua a dare la caccia ai responsabili del massacro. L’ultimo nome cancellato dalla catena di comando di Hamas è quello di Mohammed Naeem Jandiya, capo della sicurezza militare del battaglione Shujaiya di Hamas, ucciso in un’operazione congiunta delle Forze di difesa israeliane (IDF) e dello Shin Bet nel nord della Striscia di Gaza. Secondo quanto reso noto dalle autorità israeliane, Jandiya partecipò direttamente all’attacco contro il kibbutz di Nahal Oz, prese parte al rapimento del capitano Daniel Peretz e fu uno dei terroristi che custodirono nella rete di tunnel di Hamas gli ostaggi Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Talalka, i tre israeliani che nel dicembre 2023 riuscirono a fuggire dalla prigionia prima di essere tragicamente uccisi per errore dal fuoco delle stesse truppe israeliane.
L’operazione rappresenta un ulteriore tassello della lunga offensiva con cui Israele sta cercando di individuare e colpire uno a uno gli uomini coinvolti nell’attacco del 7 ottobre. Jandiya figurava da tempo tra gli obiettivi prioritari dell’intelligence militare per il ruolo svolto durante il massacro e per le attività successive. L’esercito israeliano ha spiegato che, anche negli ultimi mesi, continuava a pianificare operazioni contro i soldati impegnati nella Striscia e veniva considerato uno dei quadri operativi più importanti del battaglione Shujaiya. Secondo le informazioni diffuse dalle IDF, era inoltre tra i miliziani incappucciati che comparivano nelle cerimonie organizzate da Hamas durante le liberazioni degli ostaggi, trasformate dall’organizzazione terroristica in strumenti di propaganda.
Il suo nome resta legato soprattutto alla sorte del capitano Daniel Peretz. Comandante di un carro armato del 77° battaglione corazzato, Peretz combatté fino all’ultimo nella difesa di Nahal Oz quando centinaia di terroristi fecero irruzione nella base e nei kibbutz circostanti. Morì durante gli scontri e il suo corpo venne trascinato nella Striscia di Gaza. Soltanto nell’ottobre 2025 Israele è riuscito a riportarne in patria le spoglie nell’ambito di un’operazione militare speciale che ne ha consentito il recupero.
La notizia dell’eliminazione di Jandiya ha suscitato la reazione della famiglia del giovane ufficiale. Il rabbino Doron Peretz, padre di Daniel, ha parlato del significato simbolico dell’operazione proprio nel giorno in cui ricorrono i mille giorni dal massacro. «Chi ha partecipato al rapimento, all’assassinio e alla prigionia di innocenti risponde finalmente delle proprie azioni», ha dichiarato, aggiungendo che in un momento in cui Israele continua a convivere con un dolore profondo assume un valore particolare sapere che chi progettava nuovi attentati non potrà più colpire.
Parole altrettanto intense sono arrivate dai fratelli di Alon Shamriz, uno dei tre ostaggi uccisi per errore dall’esercito israeliano dopo essere riusciti a fuggire dai loro carcerieri. Yonatan e Ido Shamriz hanno osservato che nessuna operazione potrà restituire il fratello né cancellare il vuoto lasciato dalla sua morte, pur riconoscendo che il mondo è «un posto un po’ migliore» senza uno dei terroristi che aveva partecipato al suo sequestro. Hanno poi ribadito che il loro impegno resta soprattutto quello di preservare la memoria di Alon e dei valori che incarnava.
La vicenda dei tre ostaggi continua infatti a rappresentare una delle pagine più dolorose della guerra. Il 15 dicembre 2023 Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Talalka, riusciti a liberarsi dalla prigionia, vennero scambiati per terroristi in un’area di combattimento di Shujaiya. Due furono colpiti immediatamente, mentre il terzo cercò di richiamare l’attenzione gridando in ebraico e chiedendo aiuto prima di essere raggiunto da altri colpi. L’inchiesta militare israeliana individuò gravi errori operativi, carenze nella trasmissione delle informazioni di intelligence e l’assenza di procedure adeguate per affrontare la possibilità che ostaggi israeliani si trovassero nell’area. Emersero inoltre difetti nel coordinamento tra le diverse unità impegnate sul terreno e nella gestione delle informazioni disponibili.
L’eliminazione di Mohammed Naeem Jandiya non cancella quella tragedia, che resta una ferita aperta nella società israeliana. Rappresenta però un ulteriore passo nella ricerca delle responsabilità individuali per il massacro del 7 ottobre, mentre Israele prosegue l’offensiva contro i membri di Hamas che parteciparono agli attacchi, ai rapimenti e alla detenzione degli ostaggi, con l’obiettivo dichiarato di smantellare la struttura militare dell’organizzazione e perseguire tutti coloro che ebbero un ruolo nelle atrocità compiute quel giorno.