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Gerusalemme. Chiuso bar gay e il proprietario: «Oggi non serve più un locale solo per noi»

Dopo quattordici anni abbassa la serranda il Video Pub. Per il fondatore è il segno di una città cambiata, dove gli spazi LGBTQ non hanno più bisogno di vivere separati

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Gerusalemme. Chiuso bar gay e il proprietario: «Oggi non serve più un locale solo per noi»

Alla fine di giugno il Video Pub, per quattordici anni unico storico bar gay di Gerusalemme, ha chiuso definitivamente le sue porte. La notizia ha suscitato nostalgia e preoccupazione tra molti frequentatori, ma chi quel locale lo ha creato invita a leggerla in modo completamente diverso. Per Avi Goldberger, proprietario del bar insieme ai soci Roy Bar-Tour e Haggai Sternheim, la chiusura rappresenta soprattutto il segno di un cambiamento sociale che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficile immaginare.

«La gente ne sta facendo un caso», racconta Goldberger. «La verità è che oggi non c’è più bisogno di locali riservati esclusivamente alle persone gay. Ormai quasi tutti i bar sono aperti a chiunque e accolgono tutti.»

È una dichiarazione che colpisce ancora di più se arriva da Gerusalemme, città spesso descritta all’estero attraverso il peso crescente della popolazione ultraortodossa e considerata l’opposto della Tel Aviv cosmopolita e liberale. Eppure proprio qui, a pochi minuti dalle mura della Città Vecchia, il Video Pub ha rappresentato per oltre un decennio un punto di riferimento per la comunità LGBTQ israeliana e per migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo.

Quando aprì nel 2012, il contesto era molto diverso. Le applicazioni di incontri come Grindr, Tinder e Hinge erano ancora agli inizi oppure non avevano ancora trasformato le relazioni sociali come avrebbero fatto negli anni successivi. Molte persone LGBTQ si incontravano ancora in luoghi improvvisati, spesso poco sicuri. Goldberger era convinto che servisse uno spazio nel quale ritrovarsi senza paura, ascoltare musica, bere qualcosa e sentirsi parte di una comunità.
«Per un turista gay il Video era come una sinagoga», racconta oggi con una metafora efficace. «Così come un ebreo osservante, arrivando in una città sconosciuta, cerca una sinagoga dove pregare, molti viaggiatori LGBTQ cercavano il Video per sapere di avere un posto dove sentirsi a casa.»

Negli anni il locale è diventato anche la culla artistica di Yossele Ziv, drag queen e parrucchiere, fondatore del gruppo Allah Nash, l’unica compagnia stabile di drag queen di Gerusalemme. Sarà proprio il loro spettacolo conclusivo a salutare definitivamente il Video Pub. Ziv, che dal 2018 si esibisce regolarmente al Nocturno, uno spazio culturale del centro cittadino, considera quel locale il luogo dove tutto è cominciato. «Lì ho mosso i miei primi passi», racconta.

Per Goldberger, però, il cambiamento degli ultimi anni è evidente. I suoi altri due locali, HaTaklit Bar e The Cassette, non sono bar LGBTQ, ma vengono frequentati naturalmente da persone di ogni orientamento sessuale e identità. Durante il mese del Pride ospitano eventi dedicati alla comunità arcobaleno senza che nessuno percepisca il bisogno di separare gli spazi.

Naturalmente anche le difficoltà economiche hanno inciso sulla decisione. Il turismo internazionale, fondamentale per Gerusalemme, ha subito un duro colpo prima con la pandemia e poi con la lunga stagione di guerre che ha investito Israele dal 2023. Sei anni di flussi turistici ridotti hanno reso più complicata la gestione di molti locali della città.

La chiusura del Video Pub, quindi, nasce dall’incrocio tra ragioni economiche e trasformazioni culturali. Per Goldberger prevale il secondo aspetto. Se quattordici anni fa un locale esclusivamente gay rappresentava una necessità, oggi quella funzione viene svolta da una città che, almeno nella sua vita notturna, appare molto più aperta di quanto suggeriscano gli stereotipi.

L’immagine di Gerusalemme continua infatti a essere quella di una città sempre più religiosa e conservatrice. Goldberger non nega questa evoluzione demografica, ma invita a guardare anche l’altra faccia della realtà. «Molti dicono che Gerusalemme sia finita», osserva. «Io rispondo che esiste da tremila anni e continuerà a esserci molto dopo di noi.»

La serranda del Video Pub si abbassa così senza il sapore di una resa. Per chi lo ha fondato rappresenta piuttosto la conclusione naturale di un capitolo e l’inizio di un altro, in una città che continua a cambiare senza perdere la capacità di sorprendere, anche quando decide di salutare il suo storico bar gay.