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Turchia. Comico in galera per una battuta su Erdogan

Deniz Göktaş finisce in carcere dopo uno spettacolo diventato virale e il suo caso riaccende il dibattito sulla libertà di espressione sotto il presidente turco

Paolo Montesi

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Turchia. Comico in galera per una battuta su Erdogan

Deniz Göktaş era perfettamente consapevole di quello che lo aspettava. Prima di rientrare in Turchia, dove aveva trascorso alcuni giorni di vacanza all’estero, aveva scritto ai suoi follower che una volta atterrato a Istanbul sarebbe stato arrestato. Così è accaduto. Gli agenti lo hanno fermato direttamente in aeroporto con l’accusa di avere insultato il presidente Recep Tayyip Erdogan e di avere offeso pubblicamente i valori religiosi durante uno spettacolo di stand-up comedy che, nel giro di pochi giorni, è diventato uno dei video più visti e discussi del Paese.

Il video dello spettacolo, pubblicato online il 24 giugno, ha superato i nove milioni di visualizzazioni. Sul palco Göktaş prende di mira esponenti di quasi tutto lo schieramento politico turco e, riferendosi a Erdogan, lo definisce «un dittatore», espressione che in Turchia può costare un procedimento penale in base all’articolo 299 del codice penale, la norma che punisce l’offesa al presidente della Repubblica. Nel corso dello stesso spettacolo scherza anche sul Corano, osservando che fosse «un’affermazione piuttosto audace per il VII secolo» e aggiungendo che, dopo avere stabilito che fosse «l’ultimo libro», per uno scrittore sarebbe diventato difficile inventare qualcosa di nuovo. Proprio queste battute hanno spinto la procura di Istanbul ad aprire un’inchiesta dopo avere ricevuto, secondo quanto dichiarato dagli stessi magistrati, 185 denunce.

Il tribunale ha quindi disposto la custodia cautelare in carcere. Durante l’interrogatorio il comico ha spiegato che il suo intento fosse esclusivamente satirico e che le battute fossero rivolte al potere e ai personaggi pubblici, senza alcuna volontà di insultare la religione islamica o il presidente. Una linea difensiva che, almeno in questa fase, non ha convinto i giudici.

La vicenda di Göktaş si inserisce in un clima sempre più pesante per la libertà di espressione in Turchia. Negli ultimi anni organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e Reporter senza frontiere hanno documentato un ricorso sempre più frequente alle accuse di oltraggio al presidente e di offesa ai valori religiosi per perseguire giornalisti, artisti, scrittori, accademici e oppositori politici. Anche il mondo della satira è finito sotto pressione, come dimostrano le recenti indagini che hanno coinvolto altri comici e la storica rivista umoristica Leman.

L’articolo 299 del codice penale, introdotto nel 2005, esisteva già prima che Erdogan diventasse presidente della Repubblica. La sua applicazione, tuttavia, ha assunto dimensioni senza precedenti dopo il 2014. Secondo i dati diffusi negli anni dal ministero della Giustizia turco e ripresi da numerosi osservatori indipendenti, le indagini per presunta offesa al presidente hanno raggiunto quota centinaia di migliaia, mentre le condanne hanno riguardato migliaia di persone, fra cui giornalisti, studenti, attivisti e semplici cittadini. Il risultato è un clima nel quale la possibilità di finire sotto inchiesta per una battuta, un commento sui social o una vignetta induce molti a praticare l’autocensura.

L’arresto di Göktaş arriva inoltre mentre resta detenuto Ekrem İmamoğlu, il principale avversario politico di Erdogan, la cui vicenda ha provocato manifestazioni in tutto il Paese e nuove critiche internazionali sull’indipendenza della magistratura. Il governo continua a respingere ogni accusa di interferenza con il lavoro dei giudici, sostenendo che la giustizia operi in piena autonomia, ma la successione di procedimenti contro esponenti dell’opposizione, giornalisti e artisti alimenta un dibattito sempre più acceso sullo stato delle libertà civili in Turchia.

Per questo il caso di Deniz Göktaş ha assunto un significato che va ben oltre la sorte personale del comico. Una battuta pronunciata davanti a un pubblico è bastata per trasformare uno spettacolo satirico in un caso giudiziario e per riportare al centro una domanda che accompagna da anni la vita politica turca, quella sullo spazio ancora disponibile per criticare il potere senza rischiare conseguenze penali.