Lo storico ebreo Jacob Talmon ha così scritto nel suo fondamentale libro Israele tra le nazioni, tradotto in Italia nel 1973: «Non occorre essere un sionista impegnato per riconoscere che la fondazione dello Stato di Israele è stata la realizzazione più straordinaria e costruttiva del popolo ebraico inteso come entità unitaria, negli ultimi duemila anni della sua storia, e uno dei grandi eventi della storia universale». Sulla base di queste affermazioni di Talmon, il sionismo può essere considerato come un movimento politico di primaria grandezza e, per i risultati ottenuti e l’indubbio successo che gli è derivato da una strenua attività, uno dei movimenti più importanti nella storia del Novecento. Ma l’affermazione di Talmon ha una ben più profonda implicazione: la nascita di Israele fu dovuta allo spirito costruttivo del popolo ebraico, alla sua tenacia e al suo straordinario spirito di sopravvivenza, tutti caratteri che si concentrarono nel progetto politico del sionismo.
Lo Stato di Israele fu proclamato da David Ben-Gurion il 14 maggio 1948. Dopo pochi minuti dalla proclamazione dello Stato di Israele, giunse, per espressa volontà di Truman, il riconoscimento americano de facto. Ma è impossibile non riconoscere che, in questo caso, fu il movimento sionista, con il suo atto, a dare un grande aiuto a Truman. Il gesto del presidente americano fu, a sua volta, di immensa importanza. Ricorda Golda Meir, primo ministro di Israele tra il 1969 e il 1974, nelle sue memorie: «… era come un miracolo che si verificasse nell’ora della nostra massima vulnerabilità, alla vigilia dell’invasione…» da parte degli arabi.
Il Dipartimento di Stato americano fu sempre contrario alla creazione di uno Stato ebraico per non indebolire la politica mediorientale della Gran Bretagna. Tutto ciò portò a un conflitto politico tra il Dipartimento di Stato e Truman e spiega le incertezze della politica americana sul problema. E, se le posizioni di Truman, pur tra incertezze e ripensamenti, finirono per prevalere, ciò fu dovuto alle incessanti pressioni del mondo politico e della stampa liberal americani, che in questo caso ebbero un’influenza grandissima sul presidente, e all’appassionata azione del consigliere di Truman, Clark Clifford, una delle menti più acute dello staff di Truman. Truman, a differenza di Roosevelt, si era mostrato particolarmente sensibile alle inaudite sofferenze dell’ebraismo europeo negli anni dello sterminio nazista. «Quand’ero membro del Senato», afferma Truman nelle sue memorie, «avevo detto ai miei colleghi, il senatore Wagner di New York e il senatore Taft dell’Ohio, che avrei appoggiato qualsiasi deliberazione del Senato per una rapida attuazione di una patria ebraica». Nonostante il divergente punto di vista inglese sull’argomento, gli anni 1945-1948 videro un Truman impegnato con convinzione a impostare una politica di respiro internazionale in grado di dare una soluzione definitiva alla «questione ebraica».
In realtà, l’Amministrazione Roosevelt aveva sempre eluso il problema, in quanto il presidente americano non intendeva recare danno alla politica mediorientale della Gran Bretagna. Al contrario, l’attivismo di Truman in merito al problema, immediatamente dopo l’assunzione della carica di presidente, introdusse un nuovo fattore nella visione generale della politica estera americana, trovando impreparato e ostile il Dipartimento di Stato, ancora molto legato alle posizioni politiche di Roosevelt e nel quale erano diffusi sentimenti antisemiti. In relazione a questo impegno, Truman propose agli inglesi di costituire una commissione anglo-americana che studiasse approfonditamente le condizioni per una possibile sistemazione degli ebrei in Palestina; la risposta di Attlee fu positiva, ma gli inglesi operarono un significativo spostamento di obiettivi: l’inchiesta avrebbe riguardato in primo luogo le possibilità di assorbimento dei superstiti ebrei da parte dei paesi europei, e solo in subordine da parte della Palestina.
Agli inizi del 1946, dunque, sulla «questione ebraica» Truman era praticamente isolato: non solo nei confronti degli alleati inglesi, che operavano manovre dilatorie, ma anche all’interno della propria Amministrazione: il Dipartimento di Stato, capeggiato da George Marshall, lo Stato Maggiore Unificato e, a partire dal 1947, il Policy Planning Staff di George Kennan. Le posizioni dei due paesi divergeranno sempre di più e, se non giunsero mai a una rottura definitiva, ciò fu dovuto solo alle esigenze della guerra fredda.
Truman, d’altra parte, era convinto della giustezza della sua politica e così portava il proprio Paese ad assumersi un ruolo d’avanguardia nella soluzione della «questione ebraica». Da parte sua, l’opinione pubblica occidentale coglieva nella politica inglese in Palestina un aspetto cinico e disumano che la rendeva impopolare al massimo grado, mentre il merito di una visione favorevole al progetto sionista andava ascritto esclusivamente a Truman e al suo consigliere speciale, Clark Clifford. Il 29 novembre 1947, perciò, si addivenne al piano di spartizione, che ebbe un esito negativo nel mondo arabo; infatti, con questo piano, la crisi in Palestina subiva una netta accelerazione: la reazione violenta degli arabi, l’annuncio inglese che il mandato sarebbe terminato il 14 maggio 1948, il pericolo di un radicamento sovietico in Medio Oriente, le asfissianti pressioni dei sionisti su Truman perché inviasse i soldati americani a difendere la comunità ebraica in Palestina o altre cose del genere: tutto questo rendeva la situazione incandescente e la posizione di Truman ancor più difficile. Il Dipartimento di Stato americano propose un rinvio a nuova data del piano di spartizione. Le memorie di Truman, in pagine molto dense, illustrano il momento profondamente contraddittorio: Truman acconsentì alla proposta dilatoria del Dipartimento di Stato con l’intento di rendere più sicuro e agevole il piano di spartizione, ma con la contemporanea consapevolezza che il Dipartimento di Stato gli stava tirando un brutto scherzo.
Forse Truman aveva completamente perso il controllo della politica per il Medio Oriente o forse, semplicemente, si illudeva di cavalcare la proposta del Dipartimento di Stato al fine di condurre in porto, con i minori rischi possibili, il proprio progetto di creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Ben presto, però, il presidente americano comprese il doppio gioco del Dipartimento di Stato e nelle sue memorie così definì la situazione: «Questa mattina ho scoperto che il Dipartimento di Stato ha rovesciato la mia politica sulla Palestina. L’ho saputo per la prima volta leggendo i giornali! È una cosa infernale! Ora sono nella posizione del mentitore e del doppiogiochista. Non mi sono mai sentito così in vita mia. Vi sono persone di terzo e quarto livello nel Dipartimento di Stato che hanno sempre desiderato di tagliarmi la gola. E ci stanno riuscendo».
Ma fu Ben-Gurion a risolvere i gravi problemi di Truman. Quando Ben-Gurion proclamò lo Stato di Israele il 14 maggio 1948, il presidente americano diede immediatamente disposizioni personali per il riconoscimento de facto di Israele, scavalcando il Dipartimento di Stato. Scrive Truman nelle sue memorie: «Desideravo dimostrare che sul presidente degli Stati Uniti, e non sui funzionari di secondo o terzo grado gerarchico nel Dipartimento di Stato, ricade la responsabilità della politica estera, ma specialmente che nessuno in alcun ministero può sabotare la politica presidenziale». Una vendetta postuma nei confronti di collaboratori poco affidabili; ma una vendetta che fu consentita al presidente americano dallo straordinario tempismo dei sionisti in Palestina.
Gli arabi attaccarono subito lo Stato di Israele con l’intento di distruggerlo e di sterminare il popolo ebraico che lì si era stanziato. Di fronte a questo pericolo mortale, Truman affermò in un discorso al Madison Square Garden del 28 ottobre 1948: «Ciò che ora occorre fare è aiutare il popolo di Israele; esso sta mettendo alla prova se stesso nella migliore tradizione dei più duri pionieri. Ha trasformato l’arido deserto in uno Stato moderno ed efficiente con i più alti standard di civiltà occidentale. Ha dimostrato che Israele è degno di prendere il suo posto nella famiglia delle nazioni. Questo è il nostro obiettivo».
In una commovente lettera inviata al presidente di Israele, Chaim Weizmann, il fondatore del sionismo, Truman così scrisse: «Ciò che voi avete ricevuto dal mondo è assai meno di quanto vi spettasse, ma voi avete tratto più del possibile da quello che avete ricevuto, e io vi ammiro ancora di più per questo».
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