Nei primi anni del Novecento ebbe luogo, nel campo sionista americano, uno scontro molto acceso, dovuto ai vari tentativi di chiarire l’essenza del sionismo e di decidere esattamente quale genere di “national home” dovesse essere istituito in Palestina. Herzl non aveva dubbi nell’indicare come obiettivo uno Stato degli ebrei; addirittura, a suo parere, la questione ebraica, per essere risolta, doveva diventare “questione politica mondiale”.
La sua visione dello Stato era estremamente emancipatoria sul piano politico-nazionale ed è oggi ancora molto attuale, perché basata sull’autodeterminazione del popolo ebraico e sulla costruzione di una società democratica moderna. Non è un caso che il presidente americano Woodrow Wilson guardasse con favore alle aspirazioni sioniste e desse il proprio sostegno alla Dichiarazione Balfour.
Eppure, dopo l’uscita de Lo Stato degli ebrei, gli ebrei americani attraversarono una fase di grave conflitto interno. Non era mai accaduto prima, perché lo stesso sionismo negli Stati Uniti era stato in qualche modo anticipato da correnti religiose cristiane e aveva trovato in alcuni loro esponenti un importante sostegno all’idea del ritorno ebraico in Eretz Israel. In America si confrontarono diverse concezioni del sionismo: quella culturale e binazionale rappresentata da Judah L. Magnes, quella pratica ed economica legata a Louis Brandeis e quella sintetica sostenuta da Chaim Weizmann.
Il primo orientamento era rappresentato da Judah L. Magnes, che, in una lettera di dimissioni al giudice Louis Brandeis del 2 settembre 1915, spiegò la sua personale visione del sionismo, secondo la quale lo scopo avrebbe dovuto essere quello di “volere eguali diritti per gli ebrei, né più né meno, in tutte le terre, Palestina inclusa”. Per lui, l’obiettivo era circoscritto alla creazione di un “centro culturale ebraico”. Scagliandosi contro quei “sionisti esterni all’organizzazione” che volevano una patria ebraica politicamente garantita, Magnes concludeva che, senza cessare di essere sionista, non avrebbe potuto continuare a condividere la responsabilità per un percorso che sarebbe stato pericoloso sia per lo sviluppo in Palestina sia per quello in America.
La posizione di Magnes lasciava campo aperto al confronto tra le altre due “scuole”, rappresentate rispettivamente da Brandeis, presidente onorario della Zionist Organization of America, e da Chaim Weizmann, alla guida del movimento sionista mondiale. Più che uno scontro personale tra due “giganti” del sionismo, fu un conflitto su ciò che fosse necessario fare al più presto in Palestina.
Brandeis, infatti, era del parere che, con la Dichiarazione Balfour e il riconoscimento internazionale ottenuto dal progetto sionista, un fondamentale risultato politico fosse già stato raggiunto e che si dovesse ormai dare corso concretamente al progetto, acquistando terre e ponendo le basi economiche e sociali della futura costruzione nazionale. La raccolta e soprattutto la gestione dei fondi destinati alla Palestina assumevano perciò un’importanza centrale. Brandeis insisteva sull’efficienza economica, sulla responsabilità finanziaria e sulla necessità di indirizzare le risorse verso iniziative produttive capaci di rendere solida la presenza ebraica nel Paese.
Weizmann, invece, sosteneva una sintesi tra l’azione politica e diplomatica e il lavoro concreto di costruzione della national home in Palestina. Le due dimensioni, nella sua concezione, dovevano procedere insieme e sostenersi reciprocamente.
Nel 1921, alla convention della Zionist Organization of America di Cleveland, prevalse la linea sostenuta da Weizmann. Il sionismo “sintetico” si impose, fondato sulla correlazione organica tra azione politica e costruzione socio-economica, ciascuna dipendente dall’altra per il successo del progetto complessivo.
Brandeis e i suoi sostenitori si ritirarono dalla leadership della ZOA dopo la convention di Cleveland. Fu un vero peccato, perché proprio grazie a molti di loro il sionismo aveva ampliato la propria dimensione internazionale e aveva raccolto ingenti fondi destinati alla costruzione dello Stato degli ebrei.