Un approccio soddisfacente alla posizione dell’Amministrazione Roosevelt verso la questione della Palestina deve tener conto non solo della politica palestinese della Gran Bretagna e del passivo adeguamento americano, ma anche del particolare atteggiamento dei collaboratori di Roosevelt e dello stesso Presidente, che tacquero per tutto il periodo della Shoah. Conclusa la guerra, Roosevelt temeva di impegnare gli Stati Uniti a favore del sionismo, perché riteneva il Medio Oriente una sfera d’influenza inglese e non intendeva interferire negli affari internazionali dell’alleato.
L’atteggiamento di Roosevelt verso il problema ebraico fu poco chiaro. Può essere definito ambivalente, in ragione del fatto che, benché molti importanti ebrei controllassero la macchina del Partito Democratico nelle grandi città, il Presidente americano era particolarmente sensibile alle argomentazioni di influenti esponenti democratici del Sud, dichiaratamente antisemiti, i quali, d’altro canto, erano compiaciuti del fatto che lo stesso Roosevelt fosse blandamente antisemita, o così speravano.
Benché la comunità ebraica americana riponesse grandi speranze in Roosevelt e lo ritenesse un amico degno di fiducia, in realtà il Presidente americano demandò completamente la politica americana per la Palestina ai suoi collaboratori. Il segretario di Stato, Cordell Hull, estraneo ai problemi di quella regione, finì per adeguarsi passivamente alle posizioni della Division of Near Eastern Affairs, diretta da Wallace Murray, il quale sposò le tesi del suo predecessore, Allen W. Dulles, e del sottosegretario di Stato, Sumner Welles, ritenuto erroneamente dagli ebrei americani un filosionista. Sia Dulles che Murray avevano punti fermi sulla questione:
1) gli ebrei di Palestina erano una minoranza di scarsa o nulla influenza rispetto agli arabi;
2) gli ebrei introducevano in Palestina idee marxiste molto pericolose per la stabilità della regione; il sionismo socialista, di conseguenza, era visto con grande sospetto, perché avrebbe potuto favorire gli interessi politici dell’Unione Sovietica nel Medio Oriente alla fine della guerra;
3) occorreva, in conclusione, salvaguardare a tutti i costi l’amicizia araba per evitare che gli arabi si schierassero, alla fine del conflitto mondiale, dalla parte di Mosca.
Nonostante lo stallo della politica di Roosevelt sulla questione ebraica, il profondo radicamento del problema nel mondo politico e nell’opinione pubblica americani produrrà effetti ben diversi ai tempi di Truman, il quale sosterrà con convinzione il progetto sionista di fondazione di uno Stato ebraico in Palestina, che avverrà il 14 maggio 1948. Così scrisse Truman al presidente di Israele, Chaim Weizmann: «Ciò che voi avete ricevuto dal mondo è assai meno di quanto vi spettasse, ma voi avete tratto più del possibile da quello che avete ricevuto, e io vi ammiro ancora di più per questo».