Con l’avvento del repubblicano Dwight D. Eisenhower alla Casa Bianca, il 20 gennaio 1953, si evidenziò subito un chiaro segnale del cambiamento di rotta della politica americana a proposito delle quotidiane incursioni di infiltrati arabi armati al di là delle linee armistiziali e delle rappresaglie israeliane, una vera e propria guerra strisciante.
Il 16 febbraio 1953, il governo americano inviava a quello israeliano una dura nota in cui, dopo aver sottolineato come Israele stesse trascurando gli «amichevoli consigli» degli Stati Uniti, così concludeva: «Il governo degli Stati Uniti considera le azioni di rappresaglia un grave danno per la stabilità e la sicurezza della regione e, se esse non dovessero chiaramente ed espressamente cessare, si riserva il diritto di intraprendere azioni appropriate sulla base della Dichiarazione Tripartita del 1950 e possibilmente delle procedure delle Nazioni Unite».
Ben-Gurion incontrò Monnett B. Davis, il nuovo ambasciatore americano a Tel Aviv, e gli espresse la profonda contrarietà del governo israeliano per una nota giudicata, oltre che offensiva, piena di distorsioni e soprattutto priva di indicazioni sul modo in cui Israele avrebbe potuto evitare le infiltrazioni.
La nota americana segnò un turning point nelle relazioni tra i due Paesi, cosicché i punti di vista dei due governi tenderanno a divergere sempre di più.
La politica mediorientale dell’Amministrazione Eisenhower, con John Foster Dulles come Segretario di Stato, si incentrerà sulla necessità di costruire uno sbarramento alla penetrazione comunista nel Medio Oriente e si orienterà conseguentemente verso la costruzione di un asse Stati Uniti-Paesi arabi, il che comporterà un raffreddamento delle relazioni tra Washington e Gerusalemme.
Benché Israele percepisse questa tendenza in tutta la sua gravità e cercasse di riorientare la sua politica americana in tutti i modi, i suoi sforzi risulteranno vani e la crisi di Suez del 1956 segnerà il punto di rottura tra i due Paesi.