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Eisenhower e la svolta americana che allarmò Israele

Con l’uscita di scena di Truman, Washington cambia strategia in Medio Oriente e Gerusalemme teme un progressivo raffreddamento dei rapporti con il suo principale alleato

Antonio Donno

Tempo di Lettura: 3 min
Eisenhower e la svolta americana che allarmò Israele

Il 20 gennaio 1953, quando Truman lasciò la Casa Bianca, sostituito dal nuovo presidente repubblicano Dwight D. Eisenhower, le ansie e le preoccupazioni per il futuro sembrarono concretizzarsi agli occhi dei governanti di Israele, in particolare del primo ministro David Ben-Gurion.

Con l’uscita di Truman, Israele perdeva un grande difensore dell’esistenza dello Stato ebraico, che il presidente americano aveva immediatamente riconosciuto dopo la sua nascita, il 14 maggio 1948. È tuttavia vero che, durante il suo secondo mandato (1949-1953), il dipartimento di Stato era stato diretto da Dean Acheson, un politico poco incline a sostenere la causa dello Stato ebraico.

Abba Eban, ambasciatore di Israele a Washington e capo della delegazione israeliana alle Nazioni Unite, sintetizzò così nella sua autobiografia Personal Witness: Israel through My Eyes gli eventi dei primi anni Cinquanta: «Gli anni che vanno dal 1953 al 1956 rappresentano un periodo tetro nella nostra memoria nazionale».

Una parte considerevole delle preoccupazioni di Israele proveniva dagli Stati Uniti, la cui politica mediorientale si indirizzava in senso opposto rispetto a quella di Truman. In questo contesto era Israele a soffrire dell’allontanamento degli Stati Uniti dai propri interessi. Fu, in particolare, Abba Eban a cogliere i fattori del diverso atteggiamento americano, il New Look del governo Eisenhower, che sarcasticamente definiva «una politica che metteva sullo stesso piano il Medio Oriente e le gonne più lunghe lanciate dall’industria della moda».Eban aggiungeva: «Nel suo tentativo di conquistarsi i sorrisi arabi, l’Amministrazione mise da parte i tradizionali accenti di amicizia verso Israele».

La vittoria dei repubblicani nelle elezioni presidenziali del 1952 aveva indotto, secondo Eban, i Paesi arabi a iniziare una campagna pressante per ottenere un radicale mutamento della politica mediorientale della nuova amministrazione americana, creando una sorta di «tensione di aspettativa» nell’opinione pubblica araba e di forte preoccupazione nel governo di Israele.Nonostante le pressioni del governo israeliano e l’attività di Eban presso l’amministrazione di Washington, il Congresso e lo stesso ebraismo americano, allo scopo di modificare la tendenza negativa nelle relazioni israelo-americane, nulla sembrava intaccare le scelte fondamentali del dipartimento di Stato.

Benché la forza militare di Israele e la sua posizione strategica fossero considerate molto importanti per l’Occidente e per le sue istituzioni, l’analisi americana si soffermava sulle difficoltà di instaurare relazioni amichevoli con il mondo arabo, giudicate indispensabili per costruire una diga contro l’infiltrazione sovietica nel Medio Oriente.

In sostanza, la presenza di Israele, con la sua forza militare di primo livello, era giudicata un fattore chiave dell’instabilità politica degli Stati arabi. Di conseguenza, in un documento del dipartimento di Stato del novembre 1953 si leggeva quanto segue: «Questi fattori rendono l’imprevedibile e incontrollabile dinamismo di Israele, piuttosto che il negativismo statico dei Paesi arabi, la maggiore fonte attuale di pericolo nel Medio Oriente».Quella frase rappresentava un efficace riassunto della politica anti-israeliana del governo Eisenhower.