L’evoluzione del terrorismo mediorientale – dai primi dirottamenti aerei del luglio 1968 all’eccidio degli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del settembre 1972 – si caratterizzò per una sorta di “slittamento” degli obiettivi e, insieme, per un allargamento della prospettiva, che ne produsse il passaggio dall’ambito regionale a quello internazionale, proiettando su quest’ultimo scenario l’incandescente questione palestinese.
Non è un caso, infatti, che l’osservatore capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) presso le Nazioni Unite, Zhedi Labib Terzi, così ricostruì il cambiamento tattico avvenuto in quell’arco temporale: «I primi dirottamenti aerei destarono la coscienza del mondo e risvegliarono l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale molto più – e in modo più efficace – che vent’anni di perorazioni presso le Nazioni Unite». Alan Dershowitz ha sostenuto che si trattò di un cambiamento tattico basato su un calcolo raffinato (Terrorismo, Carocci, 2003), proprio come quello descritto da George Habash, leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), a Oriana Fallaci: «Il punto principale è la scelta di un obiettivo che offra successo al cento per cento. Cos’è la guerriglia se non tormento, disturbo, logorio di nervi, piccolo danno? In guerriglia non si usa la forza bruta, si usa il cervello. Specialmente se siamo poveri come noi del Fronte Popolare.
Pensare a una guerra normale sarebbe stupido da parte nostra. L’imperialismo è troppo potente e Israele è troppo forte […]. Per distruggerli bisogna assestare un colpetto qui, un colpetto là, avanzare passo per passo, millimetro per millimetro, per anni, decine di anni, determinati, ostinati, pazienti. E coi sistemi che abbiamo scelto. Che sono sistemi intelligenti, creda» (Intervista con la storia, Rizzoli, 1974).
I nuovi metodi furono applicati subito dopo la clamorosa vittoria militare israeliana nella Guerra dei Sei Giorni e ciò produsse, come conseguenza, la necessità, per lo Stato ebraico, di gestire quasi un milione di palestinesi esasperati. Nel contempo, Israele cercò, per quanto possibile, di isolare i terroristi, negando loro rifugio e assistenza, anche se le simpatie della popolazione andavano più a loro che agli ebrei. C’è da dire, comunque, che prima del 1967 le organizzazioni palestinesi – Fatah in testa – non erano considerate da Israele come una vera e propria minaccia: i rifugiati palestinesi, che si erano rovesciati in Giordania, avevano accresciuto le adesioni all’OLP, organizzazione che rimproverava a re Hussein di aver avallato il piano Rogers e, dunque, di aver riconosciuto de facto lo Stato ebraico, in aperta violazione della risoluzione di Khartoum.
L’OLP aveva quindi seguito una duplice strategia: da una parte combattere contro il governo giordano; dall’altra realizzare attacchi terroristici contro Israele. In questo ambito si era passati dai dirottamenti aerei fino alla strage di Monaco, che avrebbe segnato un significativo spartiacque nelle strategie terroristiche mediorientali, da quel momento in poi di fatto internazionalizzate ed esposte al giudizio dell’opinione pubblica mondiale.
Si era di fronte a un dilemma: continuare con l’armed struggle proposta da Arafat (che aveva come modello la rivoluzione algerina), oppure inaugurare una “strategia a fasi” (phased plan), che prevedeva il progressivo possesso di ogni lembo di terra fino a rendere la Palestina araba e libera e, nello stesso tempo, rendere visibile al massimo la causa palestinese, operando su due piani paralleli: quello della leadership ufficiale del movimento, il cui scopo era quello di ostentare la propria volontà di firmare accordi di pace con Israele; e quello della guerra terroristica sotterranea, che prevedeva invece l’uso di due lingue, l’inglese per comunicare al mondo e l’arabo, rivolto esclusivamente ai palestinesi, con il quale si continuava ad affermare la necessità della distruzione dello Stato ebraico.
Inutile dire che quella che Efraim Karsh ha definito Jekyll and Hyde politics ebbe successo. All’epoca dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco non era insolito sentire persone dichiarare che, se i palestinesi erano arrivati a tal punto, voleva dire che non ce la facevano più a sopportare il giogo di Israele e dunque andavano guardati con quel rispetto che, invece, lo Stato ebraico non meritava.