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Il MiG-21 rubato dal Mossad che cambiò la guerra nei cieli

Sessant’anni fa l’Operazione Diamante consegnò a Israele il caccia sovietico più temuto. Al centro del piano il pilota iracheno cristiano Munir Redfa

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Il MiG-21 rubato dal Mossad che cambiò la guerra nei cieli

La mattina del 16 agosto 1966 un MiG-21 dell’aeronautica irachena comparve sui radar israeliani. Due Mirage III decollarono per intercettarlo, lo raggiunsero e lo accompagnarono fino alla base di Hatzor. Ai comandi sedeva Munir Redfa, capitano iracheno cristiano che aveva appena consegnato a Israele uno dei segreti militari più ambiti della Guerra fredda. Per il Mossad era il coronamento dell’Operazione Diamante, preparata per anni con un obiettivo che inizialmente era sembrato quasi irrealizzabile.

Il MiG-21 era allora uno dei caccia più avanzati costruiti dall’Unione Sovietica e Mosca lo aveva fornito anche a Egitto, Siria e Iraq. Per Israele, che vedeva crescere rapidamente le capacità delle aviazioni arabe, conoscerne prestazioni e vulnerabilità era diventato essenziale. Anche i servizi occidentali disponevano di informazioni limitate su un velivolo destinato a diventare uno dei simboli dell’aviazione sovietica.

Il Mossad guidato da Meir Amit aveva già tentato altre strade per mettere le mani su un MiG-21, senza successo. La svolta arrivò in Iraq, dove Redfa era considerato un pilota di valore, sebbene la sua appartenenza alla minoranza cristiana assira e caldea avesse contribuito, secondo diverse ricostruzioni, a frenarne la carriera. Pesavano anche il malcontento per le missioni contro i curdi e il desiderio di lasciare il paese.

Il reclutamento richiese mesi di contatti e preparativi. Redfa incontrò emissari israeliani in Europa e compì anche una visita clandestina in Israele per studiare il percorso, riconoscere la base sulla quale avrebbe dovuto atterrare e preparare nei dettagli una fuga in cui un errore di navigazione, un sospetto dei suoi superiori o l’intervento di un caccia iracheno avrebbero potuto costargli la vita. Una parte delicatissima dell’operazione riguardò la sua famiglia, che doveva essere portata fuori dall’Iraq prima che Baghdad potesse usarla come ostaggio o strumento di rappresaglia. Alcuni parenti attraversarono il confine iraniano grazie anche all’aiuto di guerriglieri curdi.

Il 16 agosto Redfa decollò con il suo MiG-21F-13 e puntò verso ovest. Quando entrò nello spazio aereo israeliano trovò ad attenderlo i Mirage. Abbassò il carrello, segnalando le proprie intenzioni, e fu scortato fino a Hatzor. Poco dopo il caccia iracheno era nelle mani degli specialisti israeliani.

Cominciò allora la parte militarmente più preziosa dell’operazione. Il MiG, al quale fu assegnato il numero 007, venne sottoposto a una lunga serie di prove. Il collaudatore Danny Shapira,, e altri piloti ne studiarono velocità, manovrabilità, punti di forza e limiti, affrontandolo anche in combattimenti simulati contro i velivoli israeliani. Per la prima volta i piloti che avrebbero potuto incontrarlo in guerra potevano addestrarsi conoscendolo dall’interno anziché affidarsi soltanto alle informazioni dell’intelligence.

L’utilità di quelle prove si vide presto. Il 7 aprile 1967, durante un violento scontro con la Siria, l’aviazione israeliana abbatté sei MiG-21 siriani senza perdere alcun Mirage. Due mesi più tardi scoppiò la Guerra dei Sei Giorni, nella quale la superiorità aerea israeliana risultò decisiva. Sarebbe eccessivo attribuire quei successi all’Operazione Diamante, che fu uno dei molti fattori in gioco, ma la conoscenza diretta del caccia sovietico fornì a Israele un vantaggio concreto. Anche documenti della CIA hanno successivamente riconosciuto il valore dell’acquisizione del MiG-21 per l’intelligence militare israeliana.

Il bottino interessava però ben oltre i confini di Israele. Nel 1968 il velivolo fu messo a disposizione degli Stati Uniti e analizzato nell’ambito del programma segreto Have Doughnut, offrendo agli americani l’occasione eccezionale di provare direttamente il caccia che incontravano nei cieli della Guerra fredda.

Oggi quel MiG-21 è conservato al museo dell’aeronautica israeliana di Hatzerim. È il reperto di un’epoca in cui il confronto tra Israele e i suoi vicini si intrecciava continuamente con quello tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e resta soprattutto la testimonianza di un principio elementare dell’intelligence. La tecnologia più preziosa può essere protetta da radar, basi militari e segreti di Stato; qualche volta, però, per impadronirsene basta capire meglio degli altri l’uomo che siede nella cabina di pilotaggio.