Fu il 1955 l’anno della svolta decisiva nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Nei primi di gennaio giungeva al Dipartimento di Stato un lungo documento da parte dell’ambasciata americana a Baghdad. Si trattava di un documento importante sia per l’analisi della situazione mediorientale sia per le soluzioni proposte, che saranno in gran parte progressivamente recepite dal Dipartimento di Stato. Il primo punto riguardava il timore arabo verso quello che era definito l’espansionismo aggressivo di Israele, incrementato dalla massiccia immigrazione ebraica. Occorreva che lo Stato ebraico desse assicurazioni certe agli arabi su questo tema, con la garanzia ufficiale da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Il secondo punto toccava il problema del prestigio del mondo arabo. La guerra del 1948-49 aveva umiliato gli arabi ed acuito il loro risentimento verso Israele e l’Occidente. Era, perciò, necessario permettere loro di conseguire un successo importante a livello internazionale. Una rettifica delle frontiere a loro favore, la soluzione del problema di Gerusalemme che li premiasse, il rimpatrio e/o l’indennizzo dei profughi potevano essere esiti utili per rinfrancare il prestigio del mondo arabo e ristabilire le condizioni preliminari per una pacificazione del Medio Oriente.
Il terzo punto toccava il ruolo di Israele nella regione. Secondo il documento, Israele “mostrava i muscoli” troppo di frequente, con le sue azioni di rappresaglia e un’immigrazione ebraica senza limitazioni, irritando gli arabi con la richiesta – giudicata “irrealistica” – di negoziati tra le parti. Gli Stati Uniti avevano il compito di indurre Israele ad un atteggiamento di autolimitazione e di misura.
Infine, quarto punto, il compito degli Stati Uniti era di riconquistare la fiducia del mondo arabo. La politica di imparzialità, perseguita fino a quel momento, non era creduta dagli arabi, i quali volevano comportamenti evidenti, favorevoli agli arabi e opposti a Israele. Secondo il documento, «l’enfasi posta sull’imparzialità porta gli arabi alla deduzione che noi siamo stati vacillanti su questa questione nel passato e nello stesso tempo al sospetto che noi si possa comportare allo stesso modo nel futuro».
Per questo motivo, la politica americana di imparzialità doveva basarsi su iniziative a favore degli arabi: aiuti economici all’Egitto, ulteriori forniture militari all’Iraq e allo stesso Egitto, aiuti economici ad altri Stati arabi. Il documento così concludeva: «Se tali aiuti dovessero essere dati in misura più o meno eguale a Israele, da una parte, e a tutti gli Stati arabi, dall’altra, agli occhi degli arabi ciò apparirebbe come il contrario dell’imparzialità». Infine, il documento americano giungeva a conclusioni non tranquillizzanti per Israele. Lo Stato ebraico, infatti, non poteva permettersi di superare alcune soglie di sopportabilità politica: la cessione di territori avrebbe destabilizzato il Governo in carica di Israele; il rimpatrio dei profughi avrebbe contraddetto le precedenti posizioni assunte in modo inequivocabile; infine, il pagamento degli indennizzi non sarebbe stato sostenibile dal punto di vista del magro bilancio di Israele.
Il senso di isolamento di Israele si era già manifestato l’anno precedente, quando Moshe Sharett (primo ministro di Israele dal dicembre 1953 al novembre 1955), in un messaggio del 12 aprile 1955 a John Foster Dulles, Segretario di Stato di Eisenhower, aveva espresso il desiderio dello Stato ebraico di giungere a un trattato con gli Stati Uniti. Dulles rispose affermando che un eventuale trattato con Israele sarebbe stato difficilmente ratificato dal Senato americano. Era già un segnale della crescente difficoltà israeliana a ottenere un atteggiamento più bilanciato da parte di Washington.