Il 1953 fu un anno decisivo per le relazioni tra Israele e Stati Uniti. Il 14 luglio di quell’anno il National Security Council degli Stati Uniti produsse un documento ufficiale (NSC 155/1) nel quale si ridefinivano i caratteri della politica mediorientale dell’amministrazione Eisenhower. Tra questi risaltava l’inizio di una politica di amichevole imparzialità verso tutti i Paesi del Medio Oriente, senza alcuna preferenza per Israele, e la stabilizzazione delle frontiere tra Israele e i suoi vicini arabi mediante concessioni territoriali da parte di Gerusalemme. Verso i Paesi arabi gli Stati Uniti avrebbero dovuto iniziare una politica di appeasement al fine di portare i nuovi regimi nazionalisti su posizioni filo-occidentali.
Per la verità, già alcuni giorni prima del varo dell’NSC 155/1 l’ambasciata di Israele a Washington aveva inviato una precisa analisi sulla situazione delle relazioni tra i due Paesi al proprio governo. In essa si concludeva che la nuova amministrazione americana del presidente Eisenhower aveva l’intenzione di correggere la politica preferenziale verso Israele adottata durante gli anni di Truman, con questa avvertenza: «Agli inizi dell’anno il Dipartimento di Stato aveva preparato Israele a questi sviluppi quando aveva affermato di non credere di essere in grado di esercitare la propria influenza per il bene del Medio Oriente, incluso Israele, senza un mutamento positivo dell’atteggiamento arabo verso gli Stati Uniti». Da ciò la necessità di fornire armi, oltre che all’Egitto, anche alla Siria e all’Iraq, per battere sul tempo l’Unione Sovietica. A questo proposito, l’ambasciata americana in Israele forniva rapporti sulle preoccupate reazioni della stampa israeliana.
L’elaborazione di una nuova politica americana verso lo Stato ebraico prendeva sempre più forma. Nonostante le pressioni del Governo israeliano e l’attività di Abba Eban presso l’amministrazione americana, il Congresso e l’ebraismo americano perché si modificasse la tendenza negativa nelle relazioni israelo-americane, nulla sembrava intaccare le scelte fondamentali del Dipartimento di Stato. Benché la forza militare di Israele, la sua posizione strategica e le sue istituzioni stabili e democratiche fossero considerate molto importanti per l’Occidente, l’analisi americana si soffermava inevitabilmente sulle difficoltà di stabilire relazioni amichevoli con il mondo arabo, giudicate indispensabili per costruire una diga contro l’infiltrazione sovietica nel Medio Oriente. In sostanza, la presenza di Israele era giudicata uno dei fattori chiave dell’instabilità degli Stati arabi.
A questo punto, la scelta dell’amministrazione americana sembrava compiuta. Gli interessi degli Stati Uniti si indirizzavano verso una valorizzazione delle relazioni con i Paesi arabi, giudicate ben più produttive della special relationship con Israele degli anni di Truman, che aveva prodotto soltanto una contrapposizione – secondo l’analisi del National Security Council – con la gran parte di una regione che era considerata di interesse vitale per gli Stati Uniti negli anni cruciali della Guerra fredda.
Di conseguenza, le valutazioni sulla stabilità politica di Israele, sulla positività di un grande sforzo collettivo di costruzione di una società libera e democratica, sulle sue superiori capacità militari, sulla sua posizione strategica – tutti fattori ritenuti fondamentali per la politica americana nella regione – erano poste in subordine rispetto all’obiettivo primario di avvicinare i Paesi arabi, e i loro nuovi regimi, agli Stati Uniti per bloccare l’avanzata dell’Unione Sovietica nella regione. Per far questo, era necessario che gli Stati Uniti si adoperassero per cancellare l’immagine negativa che essi avevano acquisito presso il mondo arabo negli anni precedenti. Tradotto in termini politici, ciò significava che il governo americano giudicava difficilmente conciliabili gli interessi degli Stati Uniti nella difesa del Medio Oriente contro la penetrazione sovietica con quelli di Israele nella sua ricerca di sicurezza dagli attacchi dei Paesi arabi. La fine del 1953, dunque, vedeva acuirsi la crisi delle relazioni israelo-americane.