La cittadina di Otranto, circondata da alte mura e, per questo, chiamata la «Città delle Cento Torri», aveva al suo interno orti e giardini «con alberi di marange cedri e lomoncelle [sic]». Gli idruntini, perlopiù pescatori e contadini (come si legge nella cronaca della conquista di Otranto redatta dal testimone oculare Ibn Kemal) vengono mandati dapprima a Valona (l’Albania era stata conquistata un anno prima dai turchi) e, poi, a Costantinopoli.
L’assedio sarebbe durato circa due settimane, fino al 12 agosto 1480. I turchi – come da prassi – chiesero la resa e la consegna della città, mentre gli otrantini, rafforzati da pochi soldati napoletani inviati da Ferrante I d’Aragona, re di Napoli, rifiutarono, uccisero un messaggero saraceno (ma non ci sono prove storiche che ciò sia accaduto davvero) e gli ottomani sfondarono le mura. Gli avvenimenti, tuttavia, si fanno leggendari col passare del tempo: la narrazione cambia completamente nel Seicento, costituendo un vero caso di trasformazione della memoria storica, in cui il racconto si allontana gradualmente dai fatti per rispondere ai bisogni politici, religiosi e identitari delle diverse epoche. Già nel XVI secolo, la Chiesa aveva affermato che 800 uomini avevano rifiutato la conversione e che erano stati giustiziati sul Colle della Minerva, primo fra tutti un certo Primaldo, nome che nella tradizione richiama primus, il primo a essere decapitato, il cui corpo si mantenne in piedi per tutto il tempo della strage. Otranto fu liberata dalla controffensiva aragonese il 10 settembre 1481. La riconquista non cancellò l’impatto dell’evento: la memoria della «presa dei turchi» consolidò la percezione del pericolo ottomano e alimentò per secoli un immaginario di confine tra cristianità e islam. Il trauma fu tramandato per secoli nella memoria collettiva, tanto da diventare un mito fondatore.
Ma, nella storia dei «martiri di Otranto», manca del tutto la presenza ebraica, registrata attraverso l’esistenza dei «fuochi» fiscali (ogni fuoco indicava originariamente un nucleo familiare o una singola abitazione dotata di un focolare; poi passò a indicare i contribuenti soggetti al prelievo da parte dello Stato) e, durante il periodo aragonese, attraverso la testimonianza dei manoscritti di opere religiose, filosofiche e scientifiche copiate nella regione dagli ebrei.
Molte di queste erano state commissionate dall’illustre medico Abraham de Balmes, assunto da Ferrante II come suo medico personale. In favore degli ebrei erano stati promulgati diversi capitoli, validi in tutto il regno, contenenti alcuni privilegi a loro favore (descritti accuratamente dallo storico Cesare Colafemmina). La presenza ebraica in Puglia era un’importante risorsa economica; tali capitoli erano dovuti a una delle funzioni reali, quella di difendere e proteggere il regno e tutto ciò che in esso vi fosse compreso, così che Alfonso d’Aragona ordinò che la popolazione ebraica fosse «assi como a propria cosa nuestra e tesoro nuestro». I «nostri ebrei», del resto, era espressione comune in età moderna e gli aragonesi, come gli altri regnanti, seguirono la politica fiscale imperniata sulla tassazione specifica degli ebrei, a cui venivano applicate gabelle sulla macellazione delle carni, sulla conceria delle pelli e sull’affitto dei tini. Inoltre, per ogni singolo «fuoco» fiscale ebraico fu preteso il pagamento a fondo perduto di sei ducati. Poiché gli ebrei erano, a tutti gli effetti, proprietà del re, egli poteva attingere come voleva alla loro ricchezza, che, in fin dei conti, era un suo patrimonio, dando loro in cambio la sua protezione.
La comunità giudaica di Otranto, il cui porto era uno dei più importanti dell’estrema punta salentina, aveva radici molto antiche, radici che, però, furono recise dai turchi. Esistevano numerosi libri giudaici, vi era un’Accademia talmudica e un’importante scuola di copisti. A Otranto si ebbe la più antica forma di scrittura ebraica con grafia quadrata italiana; la più antica Mishnah oggi esistente con le glosse in dialetto salentino (ossia il volgare giudeo-italiano di Otranto), del secolo XI; la più antica epigrafe ebraica che si conosca, della fine del III secolo, dedicata a Glyka, nome greco che vuol dire «mia dolcezza».
Nel 1447 la comunità ebraica contava 253 fuochi fiscali (tre secoli prima erano addirittura 500, quanti ve n’erano a Napoli) ed era molto attiva sul piano dell’economia locale e nazionale. La comunità, però, fu sterminata nel 1480 dai turchi che avevano espugnato la città. Da una cronaca dell’epoca, sappiamo che i turchi, appena entrati in città, uccisero immediatamente sia i sacerdoti che i giudei («Li preiti et li zudei statim li amazorno»). Conferma dell’eccidio è la richiesta al sovrano da parte degli ebrei di Lecce di essere esentati dal pagamento delle tasse per i giudei di Otranto, essendo stati questi tutti trucidati dai turchi. Per poter respingere l’attacco, inoltre, il re impose contributi straordinari e chiese prestiti ai mercanti, ai banchieri, agli ebrei e alle università.
L’Università della Giudecca di Lecce chiese al re Ferdinando «che sia difalcato ad essi i pagamenti che toccavano fare alla Iudea di Otranto atteso che tutti i Giudei furono ammazzati dalli turchi e non se ne rimase di essi nessuno». Oltre agli ebrei, in Terra d’Otranto erano presenti numerosi «cristiani novelli», cioè ebrei che avevano accettato il battesimo, sia pure forzoso. Si legge in una relazione del commissario al sovrano: «Tutti hanno abbandonato le terre per la peste, per mancanza di soldati e perché son la maggior parte chripstiani [sic] novelli che anchora teneno de la vilità giudaica».
Insomma, come si intuisce facilmente, tra quegli «800 martiri» sicuramente vi furono moltissimi ebrei, che subirono non solo la «sorte» loro riservata, cioè la morte, ma paradossalmente anche la beatificazione e la santificazione collettiva da parte della Chiesa cattolica.