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UK, i laburisti rompono con i Verdi sull’antisionismo

La mozione che equipara il sionismo al razzismo fa saltare le alleanze locali. Il Labour traccia una linea, mentre gli ecologisti si dividono.

Alessandro Carmi

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UK, i laburisti rompono con i Verdi sull'antisionismo

L’antisionismo dei Verdi britannici comincia a presentare il conto. Il Partito laburista ha annunciato il 2 novembre la fine della collaborazione con gli ecologisti in undici consigli locali, fra cui Sheffield, Warwick e Lewes. La ragione è una mozione approvata dal congresso dei Verdi che definisce il sionismo una forma di razzismo e mette in discussione l’esistenza di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico.

La presidente laburista Bridget Phillipson ha chiarito che gli accordi locali devono rispettare i principi di uguaglianza e contrasto alle discriminazioni. I consiglieri verdi erano stati invitati a dissociarsi pubblicamente dalla risoluzione. Dove questo è avvenuto, la collaborazione potrà proseguire. Altrove, gli accordi sono stati interrotti, con conseguenze concrete sulla gestione delle amministrazioni.

La mozione era stata approvata il 4 ottobre con 1.022 voti favorevoli e 813 contrari. I favorevoli rappresentavano appena lo 0,4 per cento degli iscritti al Green Party of England and Wales. Una minoranza assai ridotta ha dunque imposto una scelta destinata a condizionare l’intero partito. Il documento propone il superamento dello Stato di Israele e la creazione di un unico Stato palestinese, con uguali diritti formalmente garantiti a tutti gli abitanti.

Le reazioni sono state immediate. Quattro dei cinque deputati verdi hanno contestato la risoluzione. Anche Caroline Lucas, figura storica dell’ambientalismo britannico, l’ha criticata. I Verdi europei hanno ribadito il sostegno alla soluzione dei due Stati, mentre la Commissione britannica per l’uguaglianza e i diritti umani ha chiesto chiarimenti sul rischio di discriminazioni nei confronti degli iscritti ebrei.

Il leader ecologista Zack Polanski ha ammesso alcune imperfezioni del testo, difendendone però l’impostazione. E qui emerge la contraddizione: come può un partito dichiarare razzista un movimento politico nel quale si riconoscono molti ebrei e contemporaneamente assicurare che nessuno subirà discriminazioni per le proprie convinzioni?

La decisione laburista assume un significato particolare alla luce del passato del partito. Durante la leadership di Jeremy Corbyn, il Labour fu attraversato da una grave controversia sull’antisemitismo, culminata nel 2020 in un severo rapporto della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani. Da allora, la nuova direzione ha cercato di ricostruire i rapporti con la comunità ebraica britannica. Rinunciando anche ad alleanze amministrative vantaggiose, il Labour stabilisce oggi che la delegittimazione dell’identità nazionale ebraica rappresenta un limite invalicabile.

La vicenda riguarda l’intera sinistra europea. La solidarietà con i palestinesi può tradursi in un impegno per la pace e per una soluzione politica del conflitto. Quando invece pretende la cancellazione del diritto degli ebrei all’autodeterminazione, diventa un ostacolo a qualsiasi compromesso.

Per un partito nato per difendere l’ambiente e le generazioni future, perdere alleanze amministrative a causa di una mozione sul sionismo è un paradosso considerevole. Ma la questione è più ampia: il contrasto al razzismo deve comprendere anche gli ebrei, la loro storia e i loro diritti nazionali. Il Labour ha tracciato una linea. Resta da vedere quanti altri partiti europei saranno disposti a fare altrettanto.