Sacha Baron Cohen torna a far discutere, questa volta per una questione che va ben oltre i confini della comicità. In occasione dell’uscita del suo nuovo film Ali G: Who Iz I?, l’attore britannico ha denunciato il clima di crescente ostilità nei confronti degli artisti ebrei, sostenendo che nel mondo dello spettacolo si stia affermando una tendenza a delegittimare e mettere a tacere chi esprime determinate posizioni politiche o rivendica apertamente la propria identità.
In un’intervista pubblicata da The Hollywood Reporter, Baron Cohen ha affrontato le polemiche che accompagnano il ritorno di Ali G, uno dei personaggi che lo hanno reso celebre alla fine degli anni Novanta. Le contestazioni riguardano soprattutto l’accusa di appropriazione culturale, rivolta a un personaggio che utilizza linguaggio, abbigliamento e atteggiamenti associati alla cultura hip-hop afroamericana.
Ali G, tuttavia, nasce proprio come caricatura di un giovane bianco britannico che pretende di rappresentare un universo culturale del quale ignora quasi tutto. Il bersaglio della satira è l’ignoranza ostentata con sicurezza, insieme alla facilità con cui persone autorevoli finiscono per prendere sul serio le assurdità pronunciate dal loro interlocutore.
A distanza di quasi trent’anni, quel meccanismo comico viene giudicato secondo criteri profondamente cambiati. L’umorismo provocatorio che aveva conquistato il pubblico britannico incontra oggi una sensibilità particolarmente attenta alle rappresentazioni delle minoranze e ai possibili significati discriminatori delle caricature.
Per Baron Cohen, tuttavia, esiste una questione ancora più delicata. L’attore, da tempo impegnato pubblicamente contro l’antisemitismo, ritiene che le campagne rivolte contro alcune personalità ebraiche del mondo culturale rischino di trasformarsi in strumenti di esclusione professionale e di limitazione della libertà di espressione.
Occorre distinguere, come fa lo stesso attore, le contestazioni artistiche dalle polemiche legate a Israele. Baron Cohen ha evitato di attribuire direttamente gli appelli al boicottaggio del suo film alle proprie posizioni sullo Stato ebraico. La distinzione è importante, soprattutto in un dibattito nel quale critiche legittime, pregiudizi e ostilità identitarie possono sovrapporsi, rendendo difficile stabilire dove finisca il dissenso e dove cominci la discriminazione.
La carriera dell’attore britannico si è sviluppata precisamente su questo terreno controverso. Con Borat, Brüno e Il dittatore, Baron Cohen ha costruito personaggi capaci di mettere in imbarazzo politici, celebrità e cittadini comuni, facendo emergere attraverso situazioni paradossali convinzioni che difficilmente sarebbero state espresse in circostanze ordinarie.
Il problema sollevato oggi riguarda dunque anche il futuro della satira. Se la possibilità di provocare viene subordinata all’assenza di offesa, una parte significativa della tradizione comica rischia di perdere la propria funzione critica. E quando alle contestazioni artistiche si aggiungono campagne rivolte contro l’identità o le opinioni personali degli interpreti, la discussione assume una dimensione che investe direttamente il pluralismo culturale.
Il ritorno di Ali G diventa così un banco di prova per un mondo dello spettacolo chiamato a decidere quanto spazio intenda ancora riconoscere alla provocazione e al dissenso. La denuncia di Baron Cohen pone soprattutto una domanda destinata a rimanere aperta anche dopo l’uscita del film. Fino a che punto un artista ebreo può esprimere liberamente le proprie idee senza rischiare che la sua identità diventi un motivo di esclusione

