Una docente universitaria che aveva elogiato l’ayatollah Ali Khamenei e condiviso sui social un messaggio che invitava a colpire i sionisti con un pugnale ha deciso di rivolgersi alla giustizia americana per ottenere il reintegro e contestare la costituzionalità della legge contro l’antisemitismo dell’Arkansas. La protagonista della vicenda è Shirin Saeidi, politologa di origine iraniana ed ex direttrice del Centro studi sul Medio Oriente dell’Università dell’Arkansas, che sostiene di essere stata licenziata per le proprie opinioni politiche e chiede anche un risarcimento.
Il caso promette di trasformarsi in un importante confronto giudiziario sui limiti della libertà accademica, sulla tutela degli studenti ebrei e sulla possibilità di considerare antisemite determinate espressioni di ostilità verso Israele.
Al centro della controversia ci sono alcuni interventi pubblicati dalla docente sui social. In uno, Saeidi definiva Israele uno «Stato terrorista che commette un genocidio» e ne auspicava lo smantellamento attraverso un intervento internazionale. In un altro esprimeva ammirazione per Khamenei, attribuendogli il merito di aver preservato l’integrità dell’Iran durante gli attacchi israeliani.
Il messaggio più controverso risale tuttavia al dicembre 2025, quando la docente condivise un testo che invitava a conficcare «il pugnale di Doha nelle gole dei sionisti», accompagnandolo con emoticon sorridenti e l’hashtag FreePalestine. Un’espressione che l’università giudicò incompatibile con le responsabilità di un’insegnante, mentre Saeidi sostenne di aver semplicemente rilanciato un contenuto senza voler incoraggiare alcuna violenza.
L’ateneo ritenne insufficiente quella spiegazione, osservando che nel messaggio condiviso mancava qualsiasi presa di distanza dall’incitamento. Già in precedenza, il preside della facoltà aveva contestato alla docente il danno arrecato alla credibilità del Centro studi sul Medio Oriente e alla sua capacità di accogliere studenti israeliani ed ebrei.
La vicenda presenta però un elemento giuridicamente delicato. Una commissione interna dell’università, incaricata di esaminare il provvedimento, concluse all’unanimità che Saeidi avrebbe dovuto essere reintegrata, ritenendo che le sue dichiarazioni, per quanto offensive, non costituissero necessariamente una violazione delle norme interne sull’antisemitismo. Il presidente dell’ateneo respinse la raccomandazione, richiamando anche il rischio di perdere finanziamenti pubblici qualora l’università fosse stata giudicata inadempiente nella protezione degli studenti.
È proprio su questo passaggio che si concentra una parte essenziale della causa. La legge approvata dall’Arkansas nel 2025 impone alle istituzioni educative di adottare la definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA, e prevede conseguenze per gli istituti che trascurino le denunce di discriminazione.
Il testo legislativo tutela espressamente la libertà di parola e riconosce la legittimità delle critiche rivolte a Israele secondo gli stessi criteri applicati agli altri Stati. Saeidi sostiene invece che la normativa abbia prodotto un effetto intimidatorio, consentendo di punire posizioni politiche protette dal Primo emendamento della Costituzione americana.
La controversia coinvolge inoltre alcuni esuli iraniani che avevano denunciato pubblicamente le posizioni della docente. Tra loro figura Ladan Bazargan, il cui fratello fu assassinato durante le esecuzioni di massa dei prigionieri politici iraniani nel 1988. Saeidi aveva utilizzato carta intestata dell’università per intervenire presso un tribunale svedese nel procedimento contro Hamid Nouri, funzionario iraniano condannato per il suo coinvolgimento in quei massacri.
Nella causa, depositata il 5 ottobre presso un tribunale federale dell’Arkansas, la docente denuncia una presunta campagna coordinata contro di lei, chiamando in causa anche il senatore statale repubblicano Dan Sullivan e il giornalista Benjamin Weinthal. Le accuse dovranno essere esaminate dai giudici.
Il licenziamento solleva inoltre interrogativi sulla libertà di espressione dei docenti universitari, le cui opinioni politiche, anche quando risultino profondamente offensive, godono di ampie garanzie costituzionali.
La decisione del tribunale potrebbe dunque avere conseguenze ben oltre l’Arkansas. I giudici saranno chiamati a stabilire fino a che punto un’università pubblica possa sanzionare le dichiarazioni dei propri docenti e quale peso debba attribuire alla protezione degli studenti dall’antisemitismo. Sullo sfondo rimane una questione particolarmente sensibile per i campus americani, dove il confine tra critica politica, ostilità antiebraica e incitamento alla violenza continua ad alimentare controversie sempre più aspre.

