L’antisemitismo americano ha conquistato anche le stanze in cui si pubblicano libri, si scelgono gli artisti da esporre e si decidono gli spettacoli da mettere in cartellone. Un nuovo rapporto dell’Anti-Defamation League fotografa un fenomeno ormai esteso al mondo culturale degli Stati Uniti, dove autori e artisti ebrei o israeliani raccontano cancellazioni, esclusioni, boicottaggi e pressioni affinché la loro identità diventi meno visibile. In alcuni casi basta un legame dichiarato con Israele o il rifiuto di prendere le distanze dal sionismo.
Il rapporto mette insieme settori diversi e fa emergere una dinamica comune. Nei musei, secondo l’ADL, importanti collezioni ebraiche e israeliane vengono talvolta presentate all’interno di percorsi che ne rendono meno riconoscibile l’origine e l’identità. Nel mondo dello spettacolo artisti ebrei e israeliani hanno subito cancellazioni di eventi, contestazioni e campagne per impedirne la partecipazione. L’organizzazione ha documentato 65 episodi in 41 località degli Stati Uniti, comprendendo molestie, tentativi di silenziamento e cancellazioni.
È però l’editoria a offrire forse l’immagine più inquietante del cambiamento avvenuto dopo il 7 ottobre 2023. L’ADL ha raccolto testimonianze di scrittori e professionisti del settore che parlano di manoscritti respinti, esclusioni da festival ed eventi letterari, boicottaggi e pressioni sui contenuti. Autori riferiscono di essere stati invitati a eliminare parole ebraiche o a modificare nomi di personaggi ebrei per aumentare le possibilità di pubblicazione. In altri casi il problema diventa esplicitamente il sionismo dell’autore o il modo in cui Israele compare nell’opera.
Il fenomeno ha ormai prodotto anche una risposta interna al mercato editoriale. Negli Stati Uniti sono nate nuove realtà con l’obiettivo di offrire spazio ad autori e temi ebraici e israeliani che incontrano crescenti difficoltà nei circuiti tradizionali. Il Wall Street Journal ha recentemente raccontato questa reazione, registrando allo stesso tempo il dibattito tra chi denuncia una discriminazione sistematica e chi ritiene che parte dei conflitti debba essere ricondotta alle contrapposizioni politiche su Israele.
Un caso recente riguarda Alyssa Rosenheck, scrittrice e fotografa americana, autrice di White. Blonde. Jew., uscito nell’agosto scorso. Una libreria di Nashville che avrebbe dovuto ospitare la presentazione del volume ha cancellato l’evento dopo una campagna di proteste sui social legata alle posizioni filoisraeliane dell’autrice. La libreria ha richiamato ragioni di sicurezza; Rosenheck ha sostenuto di essere stata presa di mira per la propria identità e per il proprio sionismo.
Il quadro si inserisce in una situazione americana già pesantemente segnata dall’aumento dell’antisemitismo seguito al massacro del 7 ottobre. Secondo l’ADL, nel 2025 sono stati registrati negli Stati Uniti 6.274 episodi di aggressione, molestie o vandalismo antisemita. Il numero è diminuito rispetto al 2024, eppure resta il terzo più alto da quando l’organizzazione ha cominciato la rilevazione sistematica nel 1979.
La novità segnalata dal rapporto sulla cultura riguarda soprattutto il modo in cui l’esclusione può presentarsi. Jonathan Greenblatt, amministratore delegato dell’ADL, denuncia un ambiente nel quale artisti ebrei vengono cancellati dai programmi, inseriti in liste di proscrizione informali o progressivamente emarginati dalla vita culturale. Il confine decisivo passa sempre più spesso dalla possibilità concessa agli ebrei di essere presenti a condizione di rendere invisibile una parte della propria identità.
Ed è proprio questo il segnale più difficile da ignorare. Quando un autore deve chiedersi se una parola ebraica danneggerà il suo libro, quando un artista rischia il boicottaggio per la propria nazionalità o un evento diventa problematico perché chi vi partecipa si dichiara sionista, la discriminazione ha già compiuto un salto di qualità. È entrata nei meccanismi attraverso i quali una società decide quali voci ascoltare e quali possono essere lasciate fuori.