Tre anni dopo, il 7 ottobre è diventato anche questo. Mentre in Israele si ricordano i circa 1.200 uccisi nell’attacco di Hamas del 2023 e i 251 ostaggi trascinati a Gaza, nelle strade e nei campus di numerose città occidentali gruppi filo-palestinesi hanno scelto proprio l’anniversario del massacro per manifestare contro Israele, in alcuni casi presentando quella data come l’inizio di una «resistenza» da celebrare.
A Londra la giornata è cominciata con cinque arresti davanti alla sede del Board of Deputies of British Jews, l’organismo rappresentativo dell’ebraismo britannico. Secondo la Metropolitan Police, le persone fermate sono accusate di istigazione all’odio razziale per slogan inneggianti all’«intifada». Circa cento manifestanti hanno poi attraversato il centro della capitale, mentre gruppi di contromanifestanti con bandiere israeliane si sono raccolti nella zona di Russell Square. La polizia aveva imposto un percorso obbligatorio, il divieto di coprirsi il volto e lo scioglimento del corteo entro le 14.
A Parigi la prefettura aveva vietato una manifestazione anti-israeliana prevista per l’anniversario, richiamando il rischio di gravi turbative dell’ordine pubblico e il livello ancora elevato degli episodi antisemiti. Ma davanti a Sciences Po, durante le proteste studentesche in corso nella capitale francese, una donna che mostrava una bandiera israeliana è stata affrontata da un uomo mascherato che gliel’ha strappata. Nelle immagini diffuse dai media francesi si vede il deputato di La France insoumise Thomas Portes intervenire per separarli.
Ancora più esplicita la scena di Melbourne, dove durante una manifestazione filo-palestinese un giovane ha mostrato l’immagine di Yahya Sinwar, l’uomo considerato uno dei principali artefici dell’attacco del 7 ottobre, definendolo un «eroe». Nella stessa città circa mille persone hanno partecipato invece alla commemorazione organizzata dalla comunità ebraica per ricordare le vittime del massacro.
Negli Stati Uniti la scelta delle parole dice forse ancora più degli incidenti. A New York una coalizione di organizzazioni studentesche e filo-palestinesi ha convocato davanti al City Hall una manifestazione presentata come «Tre anni di genocidio. Tre anni di resistenza». Il materiale diffuso dagli organizzatori invita a onorare «martiri, prigionieri e liberatori». Il bersaglio politico della protesta è persino il sindaco Zohran Mamdani, accusato dagli organizzatori di avere ceduto alle pressioni sioniste dopo l’adozione di una strategia municipale contro l’antisemitismo.
Anche Berlino ha trascorso l’anniversario sotto una massiccia presenza della polizia. Nella capitale tedesca erano registrate dieci manifestazioni, otto legate alla solidarietà con Israele e alla commemorazione delle vittime e due filo-palestinesi, con circa mille agenti mobilitati. Alla cerimonia di Bebelplatz hanno partecipato, fra gli altri, il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt e l’ambasciatore israeliano Ron Prosor.
Il punto, ormai, supera la controversia sulla guerra di Gaza. Manifestare contro il governo israeliano, contro le sue operazioni militari o a favore dei palestinesi appartiene alla libertà politica delle democrazie. Scegliere il 7 ottobre e chiamare «resistenza» ciò che quel giorno ebbe inizio significa attribuire a quella data un significato preciso.
È qui che si misura il cambiamento avvenuto in questi tre anni. Il massacro che avrebbe dovuto rappresentare almeno un confine morale condiviso è diventato esso stesso terreno di contesa. Per una parte del movimento anti-israeliano occidentale, il calendario sembra aver cambiato padrone: il giorno in cui Hamas attraversò il confine, assassinò civili e rapì uomini, donne e bambini può essere presentato come l’anniversario della «resistenza». Ed è probabilmente questo il dato più inquietante del terzo 7 ottobre.

