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Antisemitismo online, nuovo record a tre anni dal 7 ottobre

Un rapporto dell’istituto australiano OHPI denuncia l’aumento dell’odio antiebraico sui social. Tornano i vecchi pregiudizi e crescono gli appelli alla violenza

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Antisemitismo online, nuovo record a tre anni dal 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

L’antisemitismo sui social network continua a crescere e ha raggiunto un nuovo record a tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023. È quanto emerge dal rapporto Analysing the New Normal, pubblicato il 15 ottobre dall’Online Hate Prevention Institute (OHPI), un’organizzazione australiana specializzata nel monitoraggio dell’odio in rete. Il dato più inquietante riguarda la persistenza del fenomeno. Su nessuna delle piattaforme esaminate i contenuti antisemiti sono tornati ai livelli precedenti l’attacco di Hamas contro Israele. Anzi, nell’ultimo trimestre la loro presenza ha raggiunto il valore più elevato dall’inizio del monitoraggio.

L’analisi mette in discussione una convinzione piuttosto diffusa, secondo la quale l’esplosione dell’antisemitismo sarebbe stata una conseguenza temporanea della guerra a Gaza, destinata ad attenuarsi con il passare dei mesi. I dati raccolti dall’OHPI indicano una tendenza diversa. L’ostilità antiebraica si è consolidata negli ambienti digitali osservati, sopravvivendo alle diverse fasi del conflitto e continuando ad alimentarsi anche al di fuori delle discussioni direttamente legate alla politica israeliana.

A colpire è soprattutto la natura dei messaggi individuati. Una parte consistente ripropone gli stereotipi più antichi dell’antisemitismo europeo, dall’accusa di controllare occultamente la finanza e i governi alla rappresentazione degli ebrei come una comunità dotata di un potere smisurato. Ricompare persino l’accusa di deicidio, che per secoli ha alimentato persecuzioni e discriminazioni contro le comunità ebraiche.
Sono pregiudizi che precedono di molti secoli la nascita dello Stato di Israele e che oggi trovano nei social network strumenti di diffusione straordinariamente rapidi. Per i ricercatori australiani, la loro prevalenza costituisce un elemento importante per comprendere il fenomeno. L’aumento dei contenuti antisemiti rilevati difficilmente può essere spiegato soltanto con una classificazione impropria delle critiche rivolte al governo israeliano.

Un quadro parzialmente diverso emerge da LinkedIn, dove oltre il 70 per cento dei contenuti antisemiti raccolti dall’istituto riguarda Israele o il sionismo. Il dato si riferisce esclusivamente al campione analizzato e richiede quindi una lettura attenta. Non significa che sette messaggi su dieci pubblicati sulla piattaforma siano antisemiti, né autorizza a considerare antisemita qualsiasi critica a Israele. Indica tuttavia quanto il riferimento allo Stato ebraico sia centrale nei contenuti discriminatori individuati su quel social professionale.

Ancora più preoccupante è l’evoluzione osservata su YouTube e TikTok, dove i ricercatori segnalano una crescita dei messaggi che incitano alla violenza contro gli ebrei e dei contenuti che celebrano il nazismo. In questi casi il linguaggio dell’odio assume caratteristiche particolarmente aggressive, arrivando a esaltare le persecuzioni storiche o a incoraggiare nuove aggressioni.

Il rapporto presenta naturalmente alcuni limiti metodologici. I risultati riguardano le piattaforme e i contenuti effettivamente monitorati dall’OHPI e non consentono di stabilire quale percentuale dell’intera popolazione di Internet condivida atteggiamenti antisemiti. La ricerca documenta però una crescita persistente all’interno del proprio campo di osservazione, sufficientemente significativa da richiamare l’attenzione delle istituzioni e delle società tecnologiche.

Tre anni dopo il 7 ottobre, il problema riguarda dunque anche la capacità delle piattaforme digitali di riconoscere e contrastare contenuti che riproducono pregiudizi antichi o incoraggiano apertamente la violenza. La questione è destinata a pesare sempre di più sul dibattito pubblico, perché ciò che viene tollerato e diffuso online contribuisce a determinare il clima nel quale vivono concretamente le comunità ebraiche.

Il dato che emerge dall’indagine australiana è difficile da ignorare. L’antisemitismo digitale ha superato la fase dell’emergenza immediatamente successiva al 7 ottobre e continua a manifestarsi con intensità crescente. Il rischio è che questa presenza costante finisca per rendere socialmente accettabili espressioni di odio che, fino a pochi anni fa, avrebbero provocato una condanna pressoché unanime.