«È arrivato il momento di capire che Israele, in realtà, non è nostro amico». Con queste parole Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Michigan, ha messo apertamente in discussione l’alleanza tra Washington e Gerusalemme. Intervistato dalla rete televisiva ABC News, l’esponente progressista ha accusato Israele di sfruttare economicamente gli Stati Uniti e di trascinarli in conflitti contrari agli interessi americani, ricorrendo a un paragone che ha trasformato una questione di politica estera in un attacco diretto ai rapporti tra i due Paesi. «Un alleato che prende i tuoi soldi per spingerti a combattere guerre che non dovresti combattere non è un alleato», ha dichiarato El-Sayed, rispondendo alla giornalista che gli chiedeva se considerasse ancora Israele un Paese amico degli Stati Uniti.
Per spiegare la propria posizione, il candidato democratico ha scelto un esempio tratto dai rapporti tra adolescenti. Dopo aver chiesto all’intervistatrice se avesse figli, ha immaginato il caso di un ragazzo il cui amico continui ad approfittarsi di lui, gli sottragga denaro, parli alle sue spalle e lo coinvolga in litigi con altri coetanei. In una situazione simile, ha osservato, qualsiasi genitore consiglierebbe al figlio di mettere in discussione quell’amicizia. È precisamente ciò che, secondo El-Sayed, gli americani dovrebbero fare nei confronti di Israele.
Le dichiarazioni riflettono una crescente ostilità verso lo Stato ebraico in alcuni settori della sinistra democratica americana, dove il sostegno militare e finanziario a Israele è diventato uno dei principali terreni di scontro politico. Nel Michigan, Stato che ospita una consistente popolazione di origine araba e musulmana, il dibattito ha assunto particolare intensità dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra nella Striscia di Gaza.
El-Sayed, medico ed ex direttore del dipartimento della Sanità di Detroit, è una figura conosciuta dell’area progressista. Già candidato alle primarie democratiche per il governo del Michigan nel 2018, ha costruito parte della propria attività politica sulla critica alle posizioni tradizionali dell’establishment del partito. Le sue dichiarazioni su Israele si inseriscono in questo orientamento, accentuando la distanza dalle componenti democratiche favorevoli al mantenimento dell’alleanza strategica con Gerusalemme.
Il candidato era già finito al centro di una controversia lo scorso marzo, dopo un attentato contro la sinagoga Temple Israel di West Bloomfield, nell’area metropolitana di Detroit. Commentando l’attacco, El-Sayed aveva affermato che «non esiste mai alcuna giustificazione per aggredire persone innocenti», aggiungendo tuttavia di comprendere che «la violenza è un ciclo» e che «le persone ferite feriscono altre persone».
Quelle parole avevano provocato indignazione nella comunità ebraica, che vi aveva ravvisato un tentativo di spiegare la violenza antisemita attraverso le sofferenze e le rivendicazioni di chi la compie. Alcuni mesi dopo, El-Sayed aveva presentato le proprie scuse agli esponenti ebrei del Partito democratico del Michigan. La nuova presa di posizione arriva in un momento delicato per i democratici, divisi sulla politica mediorientale e sulla natura stessa dei rapporti con Israele. Le parole di El-Sayed mostrano quanto questa frattura sia ormai entrata nella competizione elettorale, soprattutto negli Stati dove il voto delle comunità arabe e musulmane può assumere un peso determinante.
La questione riguarda anche il futuro dell’alleanza israelo-americana. Se posizioni come quelle espresse dal candidato del Michigan dovessero conquistare maggiore spazio al Congresso, il tradizionale sostegno bipartisan a Israele potrebbe subire ulteriori pressioni, con conseguenze sulla cooperazione militare e sugli equilibri diplomatici in Medio Oriente.

