La crisi del Partito Laburista britannico non si misura soltanto nei sondaggi o nella rabbia crescente contro Keir Starmer. Si vede soprattutto nello spazio politico che si sta aprendo alla sua sinistra, dove i Verdi guidati da Zack Polanski stanno trasformandosi da piccolo partito ambientalista in una forza capace di attirare elettori giovani, comunità musulmane urbane e una parte consistente dell’elettorato radicale rimasto orfano di Jeremy Corbyn. Il problema, per la Gran Bretagna, è che questa crescita sta trascinando con sé un’ondata di scandali antisemiti e ambiguità sempre più pesanti verso Hamas.
Alla vigilia delle elezioni amministrative, che potrebbero rappresentare una disfatta storica per i laburisti, i Verdi vengono ormai osservati con una miscela di entusiasmo e allarme. I sondaggi parlano di centinaia di nuovi seggi nei consigli locali, soprattutto a Londra, mentre alcune rilevazioni nazionali li collocano addirittura davanti al Labour in vista delle prossime elezioni generali. Un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza politica.
A guidare questa trasformazione è Zack Polanski, quarantatreenne ebreo di origine est-europea, ex ipnoterapeuta, personaggio mediatico atipico e abilissimo nel parlare a una sinistra emotiva, radicalizzata e sempre più ossessionata dalla questione israelo-palestinese. Polanski si definisce “non sionista”, accusa Israele di genocidio e ha costruito gran parte della propria ascesa politica attorno a un linguaggio che intercetta il malcontento verso Starmer, giudicato troppo moderato, troppo atlantista e troppo distante dalle mobilitazioni filo-palestinesi che hanno attraversato le città britanniche dopo il 7 ottobre.
In pochi mesi gli iscritti ai Verdi sono passati da 80 mila a oltre 226 mila. Un salto enorme che racconta molto del vuoto apertosi nella sinistra britannica. Polanski viene ormai descritto da numerosi commentatori come l’erede politico di Jeremy Corbyn, l’ex leader laburista travolto dalle accuse di antisemitismo interno al partito e successivamente emarginato proprio da Starmer nel tentativo di ripulire l’immagine del Labour.
La differenza è che oggi il clima appare ancora più radicalizzato. Negli ultimi giorni, infatti, il partito è stato investito da una serie di scandali che hanno trasformato la campagna elettorale in un caso nazionale. Due candidate dei Verdi alle amministrative londinesi, Saika Ali e Sabine Mireille, sono state arrestate con l’accusa di avere diffuso online contenuti d’odio. Ali aveva pubblicato l’immagine di un uomo armato con la fascia di Hamas accompagnata dalla scritta “La resistenza è libertà”, mentre Mireille aveva commentato un incidente avvenuto vicino a una sinagoga sostenendo che investire fedeli ebrei non sarebbe stato antisemitismo ma “vendetta”.
Episodi che arrivano dopo altre polemiche esplose attorno a candidati e militanti del partito. Secondo alcuni media britannici, uno degli aspiranti consiglieri avrebbe definito gli ebrei “scarafaggi” appena due mesi dopo il massacro del 7 ottobre. Intanto ex dirigenti verdi denunciano apertamente una penetrazione dell’islamismo radicale nel partito. Le accuse sono pesantissime e riflettono una paura ormai diffusa anche fuori dagli ambienti ebraici britannici. “Gli islamisti si sono infiltrati nel partito e rappresentano un pericolo per la società”, ha dichiarato un ex alto funzionario estromesso dalla leadership.
Dentro questo scenario si muove anche Nigel Farage, che con Reform UK continua a crescere cavalcando immigrazione, rabbia sociale e sfiducia verso le élite tradizionali. Paradossalmente, però, mentre Farage viene percepito come il populista di destra che minaccia il sistema politico britannico, Polanski sta diventando la sua versione speculare a sinistra, con un linguaggio che unisce ambientalismo radicale, antioccidentalismo e una sempre più evidente ostilità verso Israele.
Il risultato è una Gran Bretagna politicamente frantumata, dove il centro si indebolisce e le ali più aggressive conquistano spazio approfittando del malcontento economico, della crisi migratoria e della perdita di fiducia nei partiti storici. Starmer rischia di pagare il prezzo di questa paralisi. Dopo avere cercato per mesi di rassicurare gli elettori moderati, si ritrova stretto tra Farage e Polanski, cioè tra due populismi opposti che si alimentano reciprocamente.
In questo clima, la questione ebraica torna a essere un termometro inquietante dello stato della società britannica. Ogni volta che una parte della sinistra europea smette di vedere l’antisemitismo anche quando le esplode davanti agli occhi, finisce quasi sempre per aprire la porta a qualcosa di molto più profondo e pericoloso di una semplice polemica politica.