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New York il ristorante palestinese che cancella Israele dalle mappe e conquista il quartiere

Tra cucina apprezzata e simboli politici, Hinds Hall divide l’Upper West Side

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
New York il ristorante palestinese che cancella Israele dalle mappe e conquista il quartiere

Una fila ordinata sul marciapiede, piatti curati, atmosfera accogliente e, sul menu, una mappa che elimina Israele come se non fosse mai esistito. Hinds Hall, il nuovo ristorante palestinese aperto sull’Upper West Side di Manhattan, riesce a tenere insieme due elementi che difficilmente convivono senza attrito, perché da un lato si presenta come spazio aperto a tutti e dall’altro veicola un messaggio politico che molti dei suoi stessi potenziali clienti percepiscono come una esclusione netta.

Il locale è parte della catena Ayat, già presente con diversi punti vendita a New York, e si propone come luogo di incontro tra comunità, con una comunicazione che insiste sulla convivenza tra religioni e identità diverse. All’ingresso una scritta invita musulmani, ebrei e cristiani a sedersi allo stesso tavolo, mentre all’interno parole come libertà e resistenza compongono una scenografia coerente con il tono generale del progetto. Tuttavia, basta sfogliare il menu per accorgersi che il livello simbolico non è neutro, perché la rappresentazione geografica proposta identifica l’intero territorio tra il Mediterraneo e il Giordano come Palestina, cancellando città israeliane e sostituendole con denominazioni arabe.

Questa scelta non può essere certo definito come un dettaglio grafico, essendo invece un segnale preciso che colloca il ristorante dentro una galassia politica più ampia, quella che negli Stati Uniti si è rafforzata dopo il 7 ottobre e che ruota attorno a università, movimenti studenteschi e circuiti culturali. Il nome stesso del locale, Hinds Hall, richiama Hind Rajab, la bambina palestinese diventata simbolo della guerra a Gaza, e si collega direttamente alle proteste della Columbia University, dove un edificio occupato dagli studenti era stato ribattezzato con lo stesso nome. Quel passaggio non è rimasto confinato al campus, ma ha contribuito a definire un immaginario che oggi trova spazio anche in iniziative commerciali.

Il fondatore della catena, Abdul Elenani, ha più volte insistito sull’idea di apertura, arrivando a organizzare una cena di Shabbat gratuita nel 2024, un gesto che ha attirato centinaia di partecipanti e che viene spesso citato come prova di una volontà di dialogo. Questa dimensione convive però con un impianto comunicativo che, pur evitando espressioni esplicite più radicali, si muove entro confini ben definiti, dove l’esistenza dello Stato ebraico non viene riconosciuta e dove alcune parole chiave del movimento anti-sionista restano implicite ma chiaramente leggibili.

Il successo del ristorante dimostra che questa combinazione funziona, almeno per una parte del pubblico. Il locale è frequentato soprattutto da clienti giovani, il servizio è curato, la cucina è apprezzata e la catena continua a espandersi con nuovi progetti a Philadelphia e Washington. Il cibo, in questo caso, diventa anche un veicolo culturale, capace di attirare persone che forse non parteciperebbero a una manifestazione ma che si trovano comunque immerse in un contesto fortemente connotato.

Il quartiere in cui si inserisce il ristorante rende il quadro ancora più delicato. L’Upper West Side ospita una comunità ebraica numerosa e radicata, che negli ultimi anni ha vissuto da vicino le tensioni legate alle proteste pro-palestinesi, con episodi di scontro, atti vandalici e un clima percepito da molti come ostile. In questo contesto, la scelta di un nome e di una simbologia legata a quel movimento rischia di essere letta non come un invito al dialogo, ma come una presa di posizione che esclude una parte dei residenti.

Il risultato è una convivenza solo apparente, perché mentre il ristorante dichiara di voler accogliere tutti, una parte del pubblico si tiene a distanza, non per ragioni culinarie ma per il significato che attribuisce a quel luogo. Il conflitto, in questo caso, non passa attraverso scontri diretti ma attraverso scelte quotidiane, come quella di entrare o meno in un locale che diventa, suo malgrado, un simbolo.

New York ha sempre trasformato le tensioni globali in dinamiche locali, e Hinds Hall rappresenta una versione aggiornata di questo processo, dove il confine tra cultura, politica e vita quotidiana si fa sempre più sottile. Il ristorante non è un caso isolato, ma un segnale di come il conflitto israelo-palestinese continui a ridefinire spazi e relazioni anche lontano dal Medio Oriente, entrando nei quartieri, nei campus e perfino nei menu.


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