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La guerra in Libano, l’ennesima occasione persa dalla sinistra europea

L’antisemitismo sempre più esplicito che giustifica l’odio dell’islam radicale e pretende che Israele rinunci a difendersi e si rassegni a vivere sotto la minaccia del rifiuto arabo

Giuliano Cazzola

Tempo di Lettura: 6 min
La guerra in Libano, l’ennesima occasione persa dalla sinistra europea

In Europa sta montando un’escalation contro Israele. Un gruppo di paesi con in testa la Spagna ha chiesto la sospensione degli accordi con Israele per violazione del diritto internazionale. Il governo Sánchez ha inoltre vietato l’importazione di prodotti dagli insediamenti illegali e annunciato il sostegno alla Palestina davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Anche il governo Meloni ha sospeso il rinnovo automatico degli accordi di collaborazione con lo Stato ebraico, mentre a Milano – la capitale europea dell’Italia – i Verdi hanno dato vita in Consiglio comunale alla pagliacciata della richiesta di revoca del gemellaggio con Tel Aviv. Per ora il sindaco Giuseppe Sala resiste, ma le pressioni sono tante anche nel suo partito.

L’aspetto singolare – dal mio punto di vista – sta nel fatto che questa escalation sembra dipendere dallo scontro tra l’IDF ed Hezbollah in territorio libanese. Ma, di grazia, come avrebbe dovuto agire diversamente il governo israeliano, quando “il Partito di Dio” si è mobilitato su ordine dell’Iran e come ritorsione per l’attacco israelo‑americano alla Repubblica teocratica?

Con Hezbollah, Israele ha un conto aperto da decenni dal quale deriva periodicamente un conflitto, come era avvenuto nei primi tempi della guerra nella Striscia di Gaza quando l’organizzazione terroristica era andata in aiuto ad Hamas aprendo così un fronte con l’IDF dai confini del Libano, per di più sotto gli occhi della missione dell’Onu, messa lì “nella vigna a far da palo”, perché vincolata da regole di ingaggio che la condannano all’impotenza.

Al momento del cessate il fuoco, il governo libanese si era assunto per l’ennesima volta il compito di contenere e disarmare Hezbollah, dando però ben presto l’ennesimo forfait. Tanto che, nel momento in cui Israele ha attaccato l’Iran, dal Libano è arrivata una pioggia di missili su obiettivi civili.

Quale sarebbe dovuta essere, secondo Pedro Sánchez, la reazione dello Stato ebraico politicamente in linea con il diritto internazionale? Giustamente l’IDF ha compiuto il lavoro che l’esercito libanese non era in grado di fare, andando direttamente al di là dei confini a cercare i propri nemici. Il governo libanese dovrebbe essere grato per questo intervento che, con la sconfitta di Hezbollah, restituirebbe la sovranità e l’indipendenza al paese dei cedri.

Siamo sempre lì. Se Israele ha diritto di esistere, deve poterlo fare in pace e quindi ha il diritto di difendersi e di rifiutare il destino che gli ha cucito addosso la comunità internazionale: accettare di vivere tra i nemici riconoscendo loro il diritto di esserlo. È questa la sublimazione a livello geopolitico della condizione storica degli ebrei: quella di dover accettare uno status atavico di inferiorità che giustifica e legittima la persecuzione e l’odio nei loro confronti.

Da questa condizione millenaria deriva il paradosso per cui l’ebreo sbaglia quando non riconosce che i suoi nemici hanno ragione, ma arriva persino a combatterli con durezza con l’inaudita pretesa di vincerli. Intanto, è diventata sempre più confusa – nonostante gli stratagemmi della malafede – la distinzione tra l’antisionismo e l’antisemitismo, ovvero tra gli israeliani e gli ebrei. È sufficiente navigare sui social per acquisire testimonianze vergognose in realtà e ambienti che pretendono di essere progressisti.

In un post su Facebook, Fabiana Di Segni ha voluto rendere pubblica una decisione netta, definitiva e profondamente sofferta che l’ha indotta a lasciare il Partito Democratico. È la lettera di una militante che compie questa scelta con dolore ma è molto lucida nel descriverne i motivi.

“Voglio dirlo in modo molto chiaro: il problema – scrive – non è la critica al governo israeliano. Un governo si può criticare, si deve criticicare, come qualunque altro governo. Il problema nasce quando la critica smette di essere politica e diventa una semplificazione identitaria, morale, assoluta. Il problema nasce quando non si distingue più tra un governo e un popolo. Quando non si nominano più tutti gli attori in campo. Quando non si riesce più a dire Hamas, Hezbollah, il regime iraniano, il terrorismo islamista, il 7 ottobre, le responsabilità multiple che hanno prodotto e alimentato questa terribile guerra. Quando tutto viene letto in una sola direzione e tutto il resto scompare”.

“A pesare, per me – prosegue – non sono state solo le aggressioni esplicite, ma anche il progressivo consolidarsi di una logica per cui io non venivo più vista come persona, come collega, come amministratrice, ma come parte di un ‘voi’. Ed è proprio quel ‘voi’ il punto di non ritorno.

L’episodio più recente lo dimostra. Dopo una frase indegna comparsa online sulla pagina di una consigliera del Primo Municipio, un follower piuttosto noto in quell’ambiente, dopo avermi insultata, ha scritto: ‘Hitler avrebbe dovuto completare il compito’. Di fronte a una frase del genere è arrivata solidarietà, sì, ma non una presa di posizione immediata, netta, forte, a difesa non solo della persona Fabiana, ma anche di un’esponente dello stesso partito attaccata in quanto ebrea”.

E subito dopo, ancora una volta, le è stato chiesto conto “come ebrea”. Le è stato detto: “però anche voi parlate con Netanyahu”. Ed è qui che si è consumata – secondo Fabiana – la deformazione più grave che ha determinato la sua denuncia:

“Io sono una cittadina italiana, voto in Italia, non in Israele. Non ho alcun diritto di voto in Israele. E soprattutto: perché agli ebrei italiani dovrebbe essere chiesto di rispondere delle scelte del governo israeliano? Perché questo tipo di richiesta viene rivolto solo agli ebrei? A nessun cittadino russo si chiede conto di Putin, a nessun americano di Trump, e certamente a nessun cittadino musulmano si chiede di ‘mettere una buona parola’ contro il terrorismo. Quel ‘voi’ è la frattura. Quel ‘voi’ è discriminazione. Quel ‘voi’ riduce una persona a un’appartenenza identitaria e le attribuisce una responsabilità collettiva”.

Eppure, Giovanni Paolo II il Grande, quando volle recarsi a visitare la Sinagoga di Roma, fece delle affermazioni significative che gettavano alle ortiche le accuse di “deicidio” che erano state il principale motivo di secoli di persecuzione. “Agli ebrei, come popolo, non può essere imputata – disse il Papa – alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò che è stato fatto nella passione di Gesù. Non indistintamente agli ebrei di quel tempo, non a quelli venuti dopo, non a quelli di adesso. È quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie. Il Signore giudicherà ciascuno ‘secondo le proprie opere’, gli ebrei come i cristiani”.

Su LinkedIn è reperibile una lettera aperta del dr. Arie Toledano a Papa Leone rimproverandogli di aver definito la guerra di Israele contro i suoi nemici “una vergogna morale per la famiglia umana”. Le parole di Toledano sarebbero da mandare a memoria:

“Ciò che Voi chiamate vergogna morale, Israele lo chiama istinto di sopravvivenza. Ciò che Voi chiamate guerra, Israele lo chiama rifiuto di svanire. Ciò che Voi chiamate scandalo, il popolo ebraico lo chiama memoria. La memoria dei silenzi. La memoria dei pogrom. La memoria dei treni. La memoria di un mondo che ha parlato a gran voce dopo i fatti, eppure ha detto ben poco prima. Permettetemi dunque – conclude – di offrire una risposta semplice, quasi biblica nella sua sobrietà: il popolo ebraico non chiederà mai più il permesso di vivere”.


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