Giorgia Meloni e Friedrich Merz hanno bloccato il teatrino anti-israeliano nell’Unione europea, messo insieme innanzitutto da Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron. Un fatto rilevante, ma che da solo non rimedia alle difficoltà di fondo della politica estera comunitaria in Medio Oriente.
È comprensibile come democrazie sottoposte al sacrosanto giudizio dei propri elettori (in Francia, Italia e Spagna si voterà nel 2027, mentre in Germania nell’autunno del 2026 voteranno i Länder orientali, a rischio di vittoria dell’AfD) abbiano particolari problemi a fare i conti con una guerra come quella israelo-americana con l’Iran, forse inevitabilmente “unilaterale”, ma inutilmente e pericolosamente accompagnata da atteggiamenti gravemente scomposti da parte di Donald Trump.
Però già nel 2003 Gerhard Schröder e Jacques Chirac/Dominique de Villepin (mentre Tony Blair si giocò coraggiosamente la propria popolarità restando a fianco di Washington), quando presero le distanze dall’intervento di George Bush Jr. in Iraq, provocarono gravi e indesiderati processi geopolitici, come i cambiamenti di linea politica che l’atteggiamento franco-tedesco produsse progressivamente in Cina e in Russia.
Oggi, se prevalesse il radicalismo filocinese e di appeasement con il fondamentalismo islamico del premier spagnolo, insieme alle manovre micro-imperialiste del presidente francese, il cosiddetto CRINK (China, Russia, Iran, North Korea), figlio del “2003”, potrebbe segnare numerosi, forse strategici, punti a proprio favore.
Lo spazio tra gli sbandamenti dell’opinione pubblica europea e quelli prodotti dall’immagine politica offerta da Washington è certamente stretto. Tuttavia esiste e va utilizzato razionalmente.
Al di là dei giudizi sulle azioni militari di IDF e US Army, il rivelarsi in pieno della natura fanatico-apocalittica del regime iraniano ha determinato un nuovo orientamento in tutti gli Stati islamici che da Aleppo arrivano fino ad Aden (al di là delle enclave fondamentaliste in Libano, Gaza, Iraq e Nord Yemen).
Questo “nuovo orientamento” offre agli europei, pur non propensi ad aderire alla guerra israelo-americana contro il regime degli ayatollah e dei pasdaran, un’occasione che poggia non solo su sentimenti diffusi nelle nostre società (innanzitutto lo sdegno per le migliaia di ragazzi iraniani uccisi a fucilate nei mesi scorsi e per le ragazzine in procinto di essere impiccate in questi giorni), ma anche sull’interesse di dare stabilità a un’area strategica, soprattutto per le risorse energetiche, per il Vecchio Continente.
Mentre Washington e Gerusalemme sono impegnate sul fronte militare, Bruxelles (magari insieme a Gran Bretagna/area Commonwealth, Giappone e India) ha tutto lo spazio per contribuire a costruire un sistema di difesa delle nazioni della penisola arabica contro missili e droni iraniani. Può inoltre favorire un sistema di protezione della navigabilità del Mar Rosso, talvolta minacciata dagli Houthi, e sostenere la formazione di forze armate di peace-making a guida araba, operative nelle aree ancora segnate da conflitti. In questo senso va anche la scelta di 40 Stati “volenterosi” di intervenire, sia pure a pace raggiunta, nello Stretto di Hormuz.
In attesa che l’Occidente trovi il modo per confrontarsi compiutamente e in modo razionale, scelte di questo tipo, naturalmente coordinate — nei modi e negli stili possibili — anche con Stati Uniti e Israele, potrebbero attenuare le tensioni tra le democrazie diversamente orientate e soprattutto contenere concretamente e rapidamente il consolidamento dell’influenza del CRINK.
Nel suo teatrino anti-israele l’Europa sta dando una immagine inconcludente