Proprio in questi giorni, aprile 2026, è stato concordato l’ennesimo cessate il fuoco tra Israele e Libano. Nessuno è in grado di predire se questa tregua porrà fine alle lunghe sofferenze da ambo le parti del confine. Il periodo difficile che attraversa questa zona mi ha spinto a tornare indietro nel tempo e a soffermarmi su una discussa e tormentata operazione israeliana, “Pace in Galilea”, del 1982.
Il 3 novembre 1969 al Cairo, sotto la supervisione dell’allora presidente egiziano Gamal Abdul Nasser, fu firmato un accordo tra il governo libanese e Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). In pratica il Libano rinunciava alla propria sovranità nazionale, concedendo carta bianca all’OLP per gestire a proprio piacimento i campi palestinesi presenti nel Paese. L’accordo equivalse a un certificato di morte dello Stato libanese in quanto tale. Seguirono anni di terribili attentati dell’OLP nella Galilea israeliana. La situazione si incancrenì a tal punto che nel 1975 ebbe inizio la guerra civile libanese che vide atrocità di ogni genere da parte di tutti contro tutti, musulmani, cristiani maroniti, palestinesi di Arafat, forze siriane di Hafez Assad e chi più ne ha più ne metta. Per i cristiani maroniti, i maggiori sconfitti della situazione, fu una tragedia immensa, quella che sanciva la fine del loro Libano, che negli anni ’50 e inizio ’60 veniva definito come la Svizzera del Medio Oriente.
Sulla scia delle crudeltà che si sono verificate c’è un episodio che ha segnato in modo indelebile il destino dei maroniti e mi riferisco alla strage di Damour, cittadina cristiana sul lungomare a sud di Beirut. Per meglio capire il retroscena mi fu suggerita la lettura di un libro in francese che narra la tragedia di questa cittadina: “Damour, le massacre et la chute de la ville” di Zeina Zerbé (Éditions Saer Al Mashrek, 2024). È un libro straziante che non intendo riassumere e che mi è servito per entrare nel merito di questa terribile vicenda.
Le bande armate di Arafat e le sinistre musulmane si lasciarono andare a crimini inenarrabili contro la popolazione cristiana della cittadina. A questo punto ho interrotto la lettura del libro e non è mia intenzione dare una dimensione quantitativa del massacro. Gli esseri umani non sono numeri, ogni vita ha il suo significato e il suo valore. Tuttavia un accenno intendo darlo: a Damour, nel gennaio 1976, fu applicato ante litteram lo stesso copione al quale abbiamo assistito, esterrefatti, il 7 ottobre 2023. Alla fine la cittadina fu evacuata interamente e i sopravvissuti furono costretti ad andarsene. Tra le vittime del massacro spiccano membri della famiglia e la fidanzata di un comandante delle milizie cristiano-falangiste, Elie Hobeika. Per lui Damour assunse il carattere di una vendetta personale.
Elie Hobeika era a capo dei miliziani falangisti che entrarono nei campi palestinesi di Sabra e Chatila nella parte occidentale di Beirut nel settembre 1982. I comandanti delle truppe israeliane non ebbero la sufficiente percezione dell’odio atavico che intercorreva tra le fazioni libanesi in lotta. Il servizio di intelligence dell’esercito israeliano aveva avvertito della possibilità di crimini contro l’umanità. Non furono presi in considerazione e così l’esercito fu accusato di non aver impedito le atrocità perpetrate.
E sarebbe successo molte volte in futuro, una campagna mediatica roboante staccò Sabra e Chatila dal contesto cruento di quel Libano. Il numero delle vittime fu di proposito esagerato oltre ogni misura con lo scopo di fermare l’operazione israeliana e riuscì a fermarla.
L’atteggiamento dei media si sta ripetendo in questi giorni in un diverso contesto, ma questa volta il posto dell’OLP è stato preso da Hezbollah. Non cambia lo scenario, Libano e Israele non hanno pace e non è chiaro se la avranno mai.
Da Damour a Sabra e Chatila: il filo di sangue che il Libano non ha mai spezzato