Due anni e mezzo dopo il 7 ottobre, mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove e il Medio Oriente resta attraversato da una guerra più ampia, nella Striscia di Gaza si sta consumando una dinamica che testimonia qualcosa che molti non sanno: Hamas sta ricostruendo il proprio potere, pezzo dopo pezzo, mentre la popolazione civile scivola in una condizione che oscilla tra sopravvivenza e disperazione.
Secondo fonti della sicurezza israeliana, l’organizzazione controlla ormai circa metà del territorio e ha già rimesso in funzione una parte significativa del proprio apparato civile, dai ministeri alle municipalità, arrivando a pagare gli stipendi a decine di migliaia di funzionari. Questo elemento pesa, perché indica non solo una presenza militare residuale, ma un tentativo strutturato di tornare a governare la vita quotidiana nella Striscia.
Parallelamente, l’ala militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, continua a ricostruirsi e a operare sul terreno con circa 27.000 uomini, secondo le stime citate nel reportage di N12, mantenendo attiva la produzione clandestina di razzi ed esplosivi e tentando di riaprire canali di approvvigionamento attraverso il Sinai. In questo quadro, l’ipotesi di un disarmo reale dell’organizzazione appare sempre più distante, quasi fuori dal perimetro delle possibilità immediate.
La presenza sul territorio si traduce anche in controllo sociale. Le forze di sicurezza interne pattugliano le strade, effettuano arresti e, secondo testimonianze locali, ricorrono a violenze e torture contro chi è sospettato di collaborare con Israele o semplicemente di documentare ciò che accade. È un sistema che si regge sulla paura, ma che allo stesso tempo mostra una capacità di riorganizzazione che sorprende chi, nei mesi successivi alla guerra, aveva dato Hamas per definitivamente indebolita.
Intanto, la vita dei civili si muove su un piano completamente diverso. Oltre un milione di persone continua a vivere in tendopoli, spesso senza accesso stabile a beni essenziali, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in modo vertiginoso. Testimonianze raccolte sul posto parlano di beni di prima necessità diventati quasi inaccessibili, con salari inesistenti o insufficienti e una quotidianità segnata da espedienti, recupero di materiali dalle macerie e piccoli scambi per pochi shekel.
In questo contesto, il malcontento cresce e trova voce, anche se con cautela. Alcuni residenti attribuiscono apertamente la responsabilità della situazione al 7 ottobre e alle scelte di Hamas, lasciando emergere una frattura che però non si traduce in una reale possibilità di opposizione. La paura resta un elemento dominante, ma non riesce più a cancellare del tutto la rabbia.
Il sistema educativo formale è fermo e sostituito da strutture improvvisate nelle tende, mentre la ricostruzione delle infrastrutture appare ancora lontana, anche per la difficoltà di far entrare materiali e macchinari nella Striscia. La sensazione diffusa, che emerge dalle testimonianze, è quella di una sospensione senza prospettiva, dove la sopravvivenza quotidiana prende il posto di qualsiasi progetto futuro.
Quello che si osserva oggi a Gaza è un doppio movimento che procede in parallelo senza incontrarsi davvero: da una parte un’organizzazione che recupera terreno e struttura, dall’altra una popolazione che perde progressivamente margini di vita. In mezzo resta un vuoto politico che nessuno, al momento, sembra in grado di colmare.
TGaza dopo il 7 ottobre: Hamas ricostruisce il potere