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Terra bruciata

La triste cronaca di un vuoto costruito a tavolino

Andrea Fiore

Tempo di Lettura: 2 min
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La nostra epoca ha perfezionato un’arte: fare il vuoto intorno alle persone. Non si discute, non si ascolta, non si prova a capire. Si elimina. E il caso più evidente è il modo in cui oggi viene trattato Israele: la geopolitica ridotta a tifo, la complessità ridotta a slogan, l’antisemitismo riciclato come se fosse un gesto di progresso. Basta essere ebrei per essere sospetti, indipendentemente da ciò che si pensa o si fa.

A rendere tutto più grottesco è che questa dinamica non nasce dal basso, ma da un crollo dell’autorevolezza. Chi studia, chi conosce la storia, chi difende la dignità dei fatti viene trattato come un reperto ingombrante. La competenza è diventata un ostacolo, il sapere un fastidio. Oggi basta un video di trenta secondi per scalzare anni di lavoro, e un influencer improvvisato ha più peso di chi ha dedicato la vita a capire il mondo. L’autorevolezza non è più qualcosa che si conquista: è qualcosa che si simula.

Questa logica non risparmia nessuno. I giovani vengono ascoltati solo se ripetono il ritornello del giorno. Chi prova a ragionare viene isolato. Chi non ha tempo per partecipare al dibattito perché deve fare i conti per arrivare a fine mese, viene escluso dalla possibilità stessa di formarsi un’idea. La terra bruciata non è solo simbolica: per molti è quotidiana, materiale, fatta di scadenze.

La società si chiude in bolle sempre più piccole, convinta di essere moderna solo perché usa termini anglofoni fino a ieri sconosciuti, come se bastasse cambiare il vocabolario per cambiare la realtà. Intanto sacrifica rispetto, memoria e umanità sull’altare del consenso immediato.

E davanti a questa leggerezza feroce, la rabbia sarebbe la risposta più semplice. Ma il sentimento che resta è un altro, antico e doloroso: Perdonali, perché non sanno quello che fanno.

Perché davvero non lo sanno. E questa inconsapevolezza è la parte più spaventosa.