Mentre fuori da Israele si continua spesso a descrivere la minoranza araba come un corpo estraneo, distante o fatalmente destinato alla rottura con lo Stato ebraico, un nuovo sondaggio diffuso dall’istituto Afkar e anticipato dal canale pubblico arabo-israeliano Makan racconta una realtà molto più complessa e, per certi versi, sorprendente. La maggioranza degli arabi israeliani dichiara infatti di sentirsi profondamente legata al Paese e di non avere alcuna intenzione di lasciarlo, nonostante la guerra, le tensioni interne, la crisi economica e il deterioramento della sicurezza personale che colpisce in modo pesantissimo proprio molte città e comunità arabe.
Il dato più forte emerge subito e pesa come un macigno dentro il dibattito politico israeliano e internazionale. Il 70% degli intervistati afferma di sentirsi appartenente a Israele e di voler continuare a vivere nel Paese. Ancora più significativo il dettaglio delle risposte: il 40% si definisce “fortemente d’accordo” con questa affermazione, mentre un ulteriore 30% dice semplicemente di essere d’accordo. Soltanto il 14% esprime una posizione contraria.
L’indagine, condotta tra il 19 e il 25 febbraio 2026 su un campione di 402 cittadini arabi israeliani musulmani, cristiani e drusi provenienti dalla Galilea, dal Triangolo (in ebraico ‘haMeshulash’, parte centrale del Paese, vicino alla Linea Verde, tra la pianura costiera e la Samaria), dal Negev e dalle città miste, arriva in un momento molto delicato. Poche ore prima della pubblicazione dei dati, Mansour Abbas, leader della formazione islamica moderata RAAM ed ex partner della coalizione Bennett-Lapid, aveva sostenuto apertamente all’Università di Tel Aviv la necessità di un servizio civile nazionale aperto anche agli arabi israeliani, spiegando che una partecipazione condivisa potrebbe aiutare a risolvere diversi problemi strutturali della società araba.
Le parole di Abbas hanno provocato polemiche immediate negli ambienti più radicali, ma il sondaggio mostra che una parte molto consistente della popolazione araba israeliana sembra muoversi in una direzione diversa rispetto a quella raccontata per anni da una certa propaganda ideologica. Parallelamente, un’altra ricerca pubblicata dall’Università di Tel Aviv rivela che il 75% degli arabi israeliani si dichiara favorevole al volontariato nel servizio civile nazionale, percentuale che sale oltre l’83% tra coloro che sostengono le cosiddette “forze di difesa nazionali”.
Naturalmente il quadro non è idilliaco e sarebbe superficiale, per non dire ridicolo, presentarlo come tale. Proprio i dati del sondaggio fanno emergere un livello molto alto di inquietudine sociale. Il problema principale indicato dagli intervistati riguarda la sicurezza personale. Quasi la metà del campione, il 49%, ritiene che la criminalità, la violenza diffusa e l’assenza di sicurezza siano oggi il fattore che più potrebbe spingere gli arabi israeliani a emigrare. Negli ultimi anni le città arabe sono state travolte da un’ondata di omicidi, traffici criminali e regolamenti di conti che hanno provocato centinaia di morti, alimentando una crescente sfiducia verso le istituzioni e verso la capacità dello Stato di ristabilire l’ordine.
La questione economica pesa anch’essa in modo rilevante. Il 16% cita le difficoltà economiche come possibile motivo di emigrazione, mentre il 15% parla della ricerca di un futuro migliore per i propri figli. Seguono il senso di disuguaglianza, indicato dall’8% degli intervistati, e motivazioni sociali, educative o professionali.
Proprio qui emerge il nodo più interessante del sondaggio. Una parte significativa degli arabi israeliani sembra distinguere sempre di più tra il disagio verso alcuni problemi interni e il rapporto complessivo con Israele. In altre parole, la critica alle disuguaglianze o alla gestione della sicurezza non si traduce automaticamente in un rifiuto del Paese. Anzi, molti degli intervistati sembrano rivendicare il diritto a essere parte integrante della società israeliana chiedendo maggiore integrazione, più sicurezza e opportunità migliori.
Anche il dato sull’emigrazione va letto con attenzione. Il 64% afferma di non avere mai pensato di lasciare Israele. Il 17% dice di averci pensato in passato, mentre il 20% sostiene di prenderlo in considerazione oggi. Percentuali che raccontano inquietudine, certamente, ma che allo stesso tempo restituiscono un’immagine molto diversa da quella di una popolazione pronta a rompere ogni legame con lo Stato.
Dentro la società araba israeliana convivono identità differenti, tensioni politiche, appartenenze religiose e fratture generazionali profonde. Eppure, a quasi ottant’anni dalla nascita di Israele, il dato che emerge da questo sondaggio resta difficile da ignorare. Una larga parte degli arabi israeliani continua a vedere il proprio futuro dentro Israele, non altrove.