Per quasi due anni una parte del dibattito internazionale sul 7 ottobre si è consumata attorno a una domanda che, per molte famiglie israeliane, suonava già come una seconda violenza. Era davvero accaduto ciò che i sopravvissuti, i soccorritori e alcuni ostaggi liberati raccontavano sin dalle prime ore dopo il massacro di Hamas? Le violenze sessuali erano state episodi isolati nel caos dell’attacco oppure un elemento deliberato dell’operazione terroristica?
Il rapporto “Silenced No More”, pubblicato dalla Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas Against Women and Children dopo due anni di lavoro investigativo, arriva a una conclusione durissima. Secondo la Commissione, le violenze sessuali e di genere commesse durante l’attacco del 7 ottobre e nella prigionia a Gaza furono “sistematiche, diffuse e parte integrante dell’assalto”.
Il documento conta circa 300 pagine e si fonda su una mole enorme di materiale raccolto e verificato. Gli investigatori hanno condotto oltre 430 interviste formali e informali a sopravvissuti, ostaggi liberati, soccorritori, testimoni e familiari delle vittime. Parallelamente sono state analizzate più di 10 mila fotografie e sequenze video, per un totale di oltre 1.800 ore di esame visivo. La Commissione sostiene di aver seguito standard internazionali di indagine, compreso il Berkeley Protocol sulle investigazioni digitali open source.
A guidare il lavoro è stata Cochav Elkayam-Levy, giurista israeliana insignita dell’Israel Prize, mentre tra i contributori compare anche Irwin Cotler, ex ministro della Giustizia canadese e figura storica della difesa dei diritti umani. Nel rapporto vengono individuati tredici modelli ricorrenti di violenza sessuale riscontrati in luoghi diversi, dal festival Nova ai kibbutz attaccati, dalle basi militari alle aree di transito fino alla prigionia nella Striscia di Gaza.
Le accuse contenute nel dossier sono pesantissime. Si parla di stupri, stupri di gruppo, mutilazioni sessuali, corpi oltraggiati dopo la morte, nudità forzata, esibizione pubblica delle vittime, sequestri di madri e bambini, minacce di matrimoni forzati e violenze anche contro uomini e ragazzi. Secondo gli autori del rapporto, la ripetizione degli stessi schemi in contesti differenti dimostrerebbe l’esistenza di una metodologia operativa e non di comportamenti casuali o individuali.
Uno dei punti più delicati riguarda proprio il tema della prova. Nelle settimane successive al 7 ottobre, numerose organizzazioni internazionali e parte dell’opinione pubblica avevano accusato Israele di non aver prodotto documentazione sufficiente. La Commissione sostiene invece che la difficoltà principale sia stata di natura opposta. Molte vittime furono assassinate, diversi corpi vennero bruciati o mutilati, mentre il trauma dei sopravvissuti e la distruzione delle scene del crimine complicarono enormemente la raccolta immediata delle testimonianze.
Elkayam-Levy ha spiegato al Times of Israel che la rapidità con cui si diffusero negazione e scetticismo spinse il gruppo investigativo a costruire rapidamente un archivio con criteri rigorosi, capace di reggere eventuali procedimenti giudiziari internazionali. Da qui nasce il Civil Commission’s October 7 War Crimes Archive, un database destinato a conservare materiali, geolocalizzazioni, testimonianze e documenti raccolti durante l’indagine.
Il rapporto introduce anche un concetto nuovo, destinato probabilmente a far discutere giuristi e studiosi di diritto internazionale. Elkayam-Levy usa il termine “kinocide” per descrivere la trasformazione dei legami familiari in strumenti di terrore. Secondo il dossier, in diversi casi le violenze sarebbero state compiute davanti a parenti o utilizzando i familiari come mezzo di pressione psicologica e umiliazione. La famiglia stessa, sostiene il rapporto, diventerebbe così il bersaglio dell’atto terroristico.
Particolarmente inquietante è la parte dedicata all’uso della diffusione digitale come arma psicologica. Hamas e altri gruppi armati palestinesi vengono accusati di aver filmato e diffuso immagini delle violenze attraverso social network e telefoni delle vittime. In alcuni casi, si legge nel dossier, i familiari avrebbero scoperto il destino dei propri cari proprio attraverso quei video.
Il rapporto arriva mentre la Knesset ha approvato la creazione di un tribunale militare speciale destinato a processare i responsabili del 7 ottobre, includendo esplicitamente anche i crimini sessuali. Sul piano internazionale il documento ha già ricevuto il sostegno di figure come Hillary Clinton, Sheryl Sandberg, Alice Wairimu Nderitu, David Crane e Rahm Emanuel.
La questione, però, supera ormai il terreno giudiziario. Dentro queste pagine si combatte anche una battaglia politica, culturale e morale attorno alla credibilità delle vittime e al diritto stesso di vedere riconosciuto ciò che è accaduto. Ed è probabilmente questo il senso più profondo del titolo scelto dalla Commissione. “Silenced No More”, messi a tacere mai più.