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Nel ghetto di Lódź gli ebrei risposero ai nazisti con l’arte e oggi quei quadri parlano ancora

Una mostra allo Yad Vashem di Gerusalemme racconta come pittori e illustratori ebrei trasformarono fame, deportazioni e umiliazione in un atto di resistenza culturale

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Nel ghetto di Lódź gli ebrei risposero ai nazisti con l’arte e oggi quei quadri parlano ancora
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Nel ghetto di Łódź, mentre la fame divorava i corpi e i nazisti trasformavano centinaia di migliaia di ebrei in schiavi destinati lentamente alla morte, qualcuno trovò ancora la forza di organizzare una mostra d’arte. Accadde nell’autunno del 1940, dentro uno dei luoghi più disperati dell’Europa occupata, e migliaia di persone pagarono un biglietto pur di vedere quei quadri dipinti tra il freddo, il tifo e la paura. Operai, calzolai, venditori ambulanti, uomini e donne ridotti a vivere in condizioni disumane entrarono in quella sala improvvisata come se l’arte potesse restituire per qualche minuto una forma di dignità che il Terzo Reich cercava di cancellare ogni giorno.

Quella storia straordinaria è oggi al centro della mostra “A Shared Destiny”, inaugurata allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, dove dipinti, acquerelli, schizzi e documenti raccontano la vita degli artisti ebrei rinchiusi nel ghetto di Łódź, la seconda città della Polonia, trasformata dai nazisti in una gigantesca prigione destinata al lavoro forzato e allo sterminio.

Prima della guerra Łódź era uno dei grandi centri ebraici europei. Su circa seicentosettantamila abitanti, oltre duecentotrentamila erano ebrei. La città possedeva scuole, giornali, teatri, circoli culturali e una scena artistica vivacissima, attraversata sia dalla tradizione pittorica classica sia dalle avanguardie raccolte attorno al gruppo Yung-yidish, che sperimentava linguaggi moderni e forme espressive radicali. Quando la Germania invase la Polonia nel settembre del 1939, quel mondo venne rapidamente soffocato. Nel maggio del 1940 il ghetto fu sigillato e circa centosessantaquattromila ebrei rimasero intrappolati dietro muri e filo spinato.

Dentro il ghetto, però, alcuni artisti continuarono a dipingere quasi clandestinamente. Yitzhak Brauner, Izrael Lejzerowicz, Sara Gliksman-Fajtlowicz, Józef Kowner, Szymon Szerman e altri ancora lavoravano spesso per il dipartimento statistico del Judenrat, il consiglio ebraico controllato dai nazisti, producendo manifesti e materiali amministrativi. Parallelamente, di nascosto, raccontavano ciò che vedevano davvero. Disegnavano bambini consumati dalla fame, famiglie espulse dalle case, uomini costretti a trascinare carri pieni di liquami attraverso le strade gelate del ghetto, sinagoghe distrutte, volti svuotati dalla paura.

La mostra dello Yad Vashem colpisce proprio per questo. I quadri non hanno nulla di celebrativo o retorico. Sono documenti visivi che restituiscono la materialità della persecuzione. In un’opera di Szymon Szerman una famiglia ebrea viene cacciata dalla propria abitazione prima della deportazione nel ghetto. Il padre porta sulle spalle quel poco che è riuscito a salvare, la madre appare spezzata dalla disperazione, mentre la figlia guarda la scena con uno smarrimento quasi adulto. In un altro dipinto di Izrael Lejzerowicz uomini piegati dalla fatica trascinano il carro delle fogne, uno dei lavori più umilianti assegnati agli ebrei rinchiusi nel ghetto.

Forse l’immagine più struggente è quella dipinta da Józef Kowner, dove un padre scheletrico siede accanto ai figli sotto il segno della stella gialla. I bambini hanno volti invecchiati, come se la fame avesse cancellato l’infanzia. La madre non compare, ma la sua assenza pesa sull’intera scena.

Molte di queste opere riuscirono a sopravvivere soltanto grazie a persone che le nascosero prima della liquidazione del ghetto nel 1944. Tra loro ebbe un ruolo decisivo Nachman Zonabend, incaricato dai tedeschi di sgomberare le macerie dopo le deportazioni e capace di salvare fotografie, disegni e documenti che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre.

La curatrice associata del dipartimento artistico dello Yad Vashem, Orly Nachmani-Ohana, spiega che questi lavori rappresentano una forma di resistenza. Gli artisti del ghetto non avevano armi e non potevano opporsi militarmente ai nazisti, ma continuarono a creare per difendere la propria identità e lasciare una testimonianza umana di ciò che stava accadendo. Sara Gliksman-Fajtlowicz raccontò dopo la guerra che a volte rinunciava perfino alla zuppa pur di procurarsi i colori. La fame le provocava svenimenti, eppure continuava a dipingere.

Dentro quei quadri si avverte qualcosa che va oltre il documento storico. Si percepisce la volontà disperata di non lasciare ai carnefici l’ultima parola. I nazisti volevano ridurre gli ebrei del ghetto a numeri destinati allo sfruttamento e alla morte. Quegli artisti, invece, continuarono ostinatamente a produrre immagini, memoria e bellezza persino nell’epicentro della distruzione europea.