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Lo specchio rotto dell’Eurovision

Dal New York Times ai boicottaggi culturali, la deriva della politica totale contro Israele

Massimo Micucci

Tempo di Lettura: 4 min
Lo specchio rotto dell’Eurovision
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L’inchiesta del New York Times dell’11 maggio 2026, intitolata “Israel’s Hard-Line Turn at Eurovision Mirrors a Nation at War”, ha inaugurato un nuovo fronte di guerra pro-pal.

Nel 70° Eurovision Song Contest non ci sarebbe stata una semplice kermesse canora, ma un campo di battaglia geopolitico in cui si sarebbe giocata una partita disperata di soft power. Una canzonetta trasformata in un’arma simbolica sparata contro la platea più vasta del mondo. Il governo di Netanyahu avrebbe coordinato uno sforzo d’immagine per contrastare l’isolamento internazionale, utilizzando il successo artistico come prova di una “resistenza al pregiudizio globale”. Beh, gravissimo, no? Fa già ridere così. Non erano soltanto canzonette? Per fortuna, l’Italia ha sollevato l’Iron Dome di Sal Da Vinci, ma la flottiglia globale ancora non sa che il raffinato complotto include persino il tentativo di appropriazione culturale e arriva a discutere da tempo le ascendenze ebraiche di Leonardo, appunto da Vinci.

Le critiche del NYT appaiono paradossali: mentre all’interno della delegazione si cercava di “ripulire” l’immagine del Paese attraverso il voto telefonico (!), all’esterno misure di sicurezza eccezionali e tentativi di boicottaggio raccontavano una frattura ormai insanabile tra ideologia mainstream, realtà e piazze. L’inchiesta ha scatenato reazioni durissime in Israele ed è stata accusata di voler delegittimare un successo culturale. Tuttavia, il caso Eurovision rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di una strategia di esasperazione che oggi colpisce ogni manifestazione di cultura, di ricerca e persino di intrattenimento individuale.

La “politica totale” sta scivolando verso episodi grotteschi che rasentano la persecuzione identitaria. Casi recenti includono la cultura pop, con gli attacchi contro icone come Boy George, preso di mira per i suoi legami o le sue simpatie con il mondo ebraico. Oppure i personaggi pubblici, come nel caso della contestazione violenta online al matrimonio di Rudy Zerbi: un radicalismo irrazionale che non accetta più zone grigie.

Questa dinamica alimenta una strumentalizzazione ubiqua che colpisce ricerca e accademia, attraverso il boicottaggio universitario che tenta di isolare proprio le istituzioni in cui il dissenso interno è più vivo, recidendo i ponti con l’unica infrastruttura capace di pensare un futuro diverso.
Sul piano simbolico e culturale, in Occidente il trend appare sempre più marcato e sovrappone l’antioccidentalismo al simbolismo palestinese. Questa fusione viene sfruttata cinicamente da attori esterni come l’Iran, Hamas o Hezbollah, che utilizzano il sentimento di giustizia delle piazze per promuovere un’agenda teocratica che colpisce, in primo luogo, le stesse popolazioni palestinesi.

Per comprendere l’ostinazione descritta dal NYT occorre tornare a radici storiche spesso ignorate. La psicologia collettiva israeliana è plasmata da due percorsi traumatici fondamentali: i pogrom russi del 1881-1921, una violenza sistematica nell’Europa orientale che trasformò il sionismo in una necessità biologica di sopravvivenza; e l’esodo dai paesi arabi tra il 1948 e il 1970, con circa 850.000 ebrei mizrahi espulsi dall’Iraq, dall’Egitto e dalla Libia a causa dell’imposizione della “morte civile” e della revoca della cittadinanza.

In conclusione, oggi esiste il pericolo concreto che un impianto di pensiero magico-binario, fondato su basi inventate, colpe esasperate e selezionate e costruzione del nemico, dia luogo a uno tsunami di odio assolutamente irrazionale e dunque facilmente eterodiretto: una sorta di pogrom 2.0 globale.

L’inquietudine del presente nasce dalla facilità con cui si tracciano parallelismi impropri. Si impone il pensiero breve: la costrizione algoritmica. Ridurre l’ebraismo a “colonialismo” significa negare la storia dei pogrom e delle espulsioni degli ebrei. Se l’Occidente risponde attraverso il bias della “politica totale”, boicottando artisti, scienziati e intellettuali senza distinguere tra identità e politica, finirà per alimentare proprio quel radicalismo che dichiara di voler combattere. Quando cultura e ricerca vengono sacrificate sull’altare della sanzione identitaria, la prima vittima è la verità, e la seconda è la possibilità stessa di un dialogo razionale.