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CPI. Pronti nuovi mandati segreti contro ministri e vertici militari israeliani

Dopo Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, l’Aia valuta provvedimenti contro Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e altri alti funzionari israeliani mentre a Gerusalemme cresce il timore di una strategia giudiziaria sempre più politica

Rosa Davanzo

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CPI. Pronti nuovi mandati segreti contro ministri e vertici militari israeliani
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A Gerusalemme il timore è che si stia aprendo una nuova fase dello scontro con la Corte penale internazionale e che questa volta il bersaglio possa allargarsi fino a coinvolgere ministri in carica, vertici militari e figure centrali dell’apparato di sicurezza israeliano. La notizia filtrata nelle ultime ore, infatti, ha provocato forte preoccupazione dentro il governo israeliano perché all’Aia si starebbe discutendo la possibilità di richiedere nuovi mandati di arresto contro cinque alti funzionari dello Stato ebraico e, soprattutto, di procedere attraverso mandati segreti, una formula molto più insidiosa rispetto a quella utilizzata nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Secondo quanto riferito dal giornalista israeliano Itamar Eichner, la Corte penale internazionale avrebbe deciso in linea di principio di proseguire il procedimento volto a ottenere nuovi mandati. La Corte ha però precisato ufficialmente che nessun nuovo mandato è stato emesso fino a questo momento e ha definito “inesatte” le indiscrezioni secondo cui il provvedimento sarebbe già stato approvato. La smentita, tuttavia, non ha affatto rasserenato il clima politico israeliano, anche perché il ministero degli Esteri avrebbe già informato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir della possibilità concreta che il suo nome compaia tra quelli destinatari di future richieste.

I nomi che circolano confermano la delicatezza dello scenario. Oltre a Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sarebbero stati citati il ministro della Difesa Israel Katz, l’ex capo di Stato maggiore Herzi Halevi e l’attuale capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Una lista che colpisce contemporaneamente il governo politico e la catena di comando militare, in un momento nel quale Israele continua a combattere su più fronti, dalla Striscia di Gaza al Libano meridionale, mentre la tensione regionale con l’Iran resta altissima.

Dietro questo nuovo sviluppo emerge anche un cambiamento interno agli equilibri della stessa Corte. Karim Ahmad Khan, il procuratore che aveva promosso le richieste di mandato contro Netanyahu e Gallant, è stato sospeso, ma il procedimento non si è fermato. A proseguire il lavoro sarebbe stato il suo sostituto, l’avvocato fijiano Nazhat Shameem Khan. Parallelamente continuano le indagini relative ai finanziamenti agli insediamenti israeliani e alla distribuzione di armi ai coloni in Cisgiordania, temi che da anni rappresentano uno dei principali punti di attrito tra Israele e molte organizzazioni internazionali.

Dentro Israele cresce soprattutto la preoccupazione legata alla possibilità di mandati segreti. A differenza di quelli pubblici, annunciati ufficialmente e notificati apertamente agli Stati aderenti alla Corte, i mandati riservati consentono agli investigatori di evitare che gli indagati prendano precauzioni preventive, limitino i propri viaggi o organizzino strategie diplomatiche per sottrarsi a eventuali arresti. In termini pratici, un dirigente israeliano potrebbe venire a conoscenza del mandato soltanto entrando in un Paese che collabora con la Corte penale internazionale.

Il precedente dei mandati emessi contro Netanyahu e Gallant continua intanto a pesare enormemente sul rapporto tra Israele e il tribunale dell’Aia. Quando la Corte annunciò quella decisione, il governo israeliano parlò apertamente di scelta politicizzata e priva di legittimità giuridica, ricordando che Israele non aderisce allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale. Anche gli Stati Uniti espressero forti riserve, sostenendo che la CPI non possieda giurisdizione nei confronti dello Stato ebraico.

La questione, però, da tempo supera il piano strettamente giuridico. All’interno dell’establishment israeliano si è ormai consolidata la convinzione che una parte delle istituzioni internazionali stia trasformando il conflitto israelo-palestinese in uno strumento permanente di pressione politica contro Israele. Il timore, a Gerusalemme, è che l’obiettivo finale sia limitare progressivamente la libertà d’azione diplomatica e militare dello Stato ebraico attraverso procedimenti giudiziari destinati ad accompagnare per anni la leadership israeliana nei suoi rapporti con il resto del mondo.