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Ebraismo. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento

Non sceglie: calcola; non decide: prevede. Non risponde moralmente delle conseguenze delle proprie “parole”.

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Ebraismo. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento
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La questione non è se l’intelligenza artificiale arriverà a pensare come noi; è se noi sapremo custodire ciò che ci rende autenticamente umani, e cioè la dignità della persona, la memoria, il senso del limite, la libertà e la responsabilità.


L’intervista di Walter Veltroni a Claude, uno dei sistemi di intelligenza artificiale più avanzati oggi disponibili, pubblicata sul Corriere della Sera il 1° maggio 2026, ha suscitato in molti lettori una sensazione sorprendente: quella di trovarsi di fronte a una macchina capace non soltanto di fornire risposte articolate, ma anche di ragionare, riflettere e perfino di dare l’impressione di “comprendere”. La domanda più interessante, tuttavia, non è se l’intelligenza artificiale possa un giorno diventare simile all’uomo. La vera questione è un’altra: che cosa rende davvero umano un essere umano? La tradizione ebraica offre una risposta netta.

Nel libro della Genesi, l’uomo non è soltanto materia organizzata, ma il Creatore plasma Adam dalla polvere della terra e insuffla in lui il nishmat chayim, il soffio della vita. Ciò che definisce l’essere umano non è dunque solo l’intelligenza, ma la neshamà: quella dimensione spirituale che lo rende persona. Un sistema di intelligenza artificiale può analizzare enormi quantità di dati e produrre testi di grande complessità. Ma non possiede coscienza, interiorità, né responsabilità morale.

La Torah afferma che l’uomo è creato be-tzelem Elohim, a immagine di Dio. Secondo i Maestri, questa espressione non indica semplicemente la capacità di parlare o di ragionare, bensì la libertà di scegliere tra il bene e il male, la dignità intrinseca e la responsabilità delle proprie azioni. L’intelligenza artificiale non sceglie, calcola; non decide, prevede. E soprattutto non risponde moralmente delle conseguenze delle proprie “parole”. Per questo, nella prospettiva ebraica, resta uno strumento, per quanto sofisticato e potente. La stessa differenza emerge nel rapporto con la memoria.

Nell’ebraismo il verbo zachor – ricordare – è uno dei cardini dell’identità. Ricordare lo Shabbat, l’uscita dall’Egitto o Amalek non significa conservare informazioni, ma lasciare che il passato orienti il presente. La memoria ebraica è esperienza vissuta, coscienza attiva. Un algoritmo può archiviare dati, ma non può ricordare in questo senso profondo. C’è poi il tema del limite. Il Qohelet, l’Ecclesiaste, insegna che il tempo acquista valore proprio perché è finito. L’essere umano sa di essere fragile e mortale; ed è questa consapevolezza a dare peso alle sue scelte. Una macchina che non invecchia e non muore può descrivere la morte, ma non può farne esperienza. Anche la parola, nella tradizione ebraica, non è mai neutrale.

L’Eterno crea attraverso la parola; il lashon harà, la maldicenza, può ferire e distruggere; una promessa genera obblighi. Parlare significa assumersi una responsabilità. L’intelligenza artificiale produce linguaggio, ma non ne porta il peso morale. Questa responsabilità resta interamente nelle mani di chi la progetta e di chi la utilizza. Ciò non significa guardare alla tecnologia con diffidenza. Al contrario, l’ebraismo ha sempre valorizzato gli strumenti capaci di migliorare la vita umana. L’intelligenza artificiale può offrire un contributo prezioso nello studio, nella traduzione, nella ricerca e nella diffusione della conoscenza, ampliando l’accesso al sapere e sostenendo processi educativi di grande efficacia. Il rischio nasce quando alla tecnologia si attribuisce un’autorità assoluta.

La Torah mette in guardia dall’idolatria: dalla tentazione di trasformare un’opera dell’uomo in qualcosa come se fosse onnisciente. Quando deleghiamo alle macchine il giudizio morale, la relazione con l’altro o persino la definizione della verità, il problema non è più tecnologico, ma profondamente etico. La questione decisiva, allora, non è se l’intelligenza artificiale arriverà a pensare come noi.

È se noi sapremo custodire ciò che ci rende autenticamente umani: la dignità della persona, la memoria, il senso del limite, la libertà e la responsabilità. L’intelligenza artificiale può imitare con straordinaria efficacia il linguaggio umano. Ma la sapienza, nella tradizione ebraica, non coincide mai con la semplice elaborazione di informazioni. Nasce dall’incontro tra conoscenza, coscienza e responsabilità. E questo, almeno per ora, resta un compito esclusivamente umano.

Rav Roberto Della Rocca
Direttore del Dipartimento Formazione e Cultura
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane


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