La lettera inviata alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023 da Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa a Hassan Nasrallah cambia il modo in cui va letto l’attacco di Hamas contro Israele, perché mostra con brutale chiarezza che quella mattina non doveva essere soltanto una strage, ma l’innesco di una guerra regionale destinata a far crollare lo Stato ebraico. Il documento, rivelato da Ben Caspit e ritrovato dalle forze israeliane in un sito sotterraneo di Hamas a Gaza, non parla quasi affatto delle proteste interne israeliane, della riforma giudiziaria o del rifiuto dei riservisti. Parla di Al-Aqsa, di jihad, di Hezbollah, di Iran, di normalizzazione con l’Arabia Saudita da sabotare e di una strategia militare che avrebbe dovuto aprire più fronti contemporaneamente contro Israele.
Il punto più impressionante del testo è proprio questo. I leader di Hamas chiedono a Nasrallah di intervenire subito, nel momento in cui migliaia di uomini delle Brigate al-Qassam stanno già attraversando la barriera di Gaza per colpire basi, comunità israeliane, aeroporti e snodi strategici nel sud del Paese. La lettera, secondo quanto riportato anche dal Jerusalem Post, descrive l’attacco come l’avvio di un piano più vasto, fondato sulla convinzione che Israele potesse essere travolto da un assalto simultaneo da Gaza, Libano e altri fronti dell’Asse della Resistenza.
A colpire è la costruzione ideologica dell’intero documento. Hamas presenta Al-Aqsa come leva assoluta, come parola capace di saldare sunniti e sciiti, palestinesi e libanesi, iraniani e milizie regionali, superando divisioni che da decenni attraversano il mondo islamico. Gerusalemme diventa così il pretesto religioso e politico per chiamare Hezbollah alla guerra totale. Nella lettera vengono evocati versetti coranici legati alla jihad, accuse contro Israele per le tensioni sul Monte del Tempio, riferimenti alle vacche rosse, allo shofar, ai presunti piani per costruire il Tempio e a un complotto di “giudaizzazione” di Gerusalemme.
Il passaggio più rivelatore riguarda però la richiesta operativa. I tre capi di Hamas spiegano a Nasrallah che non serve un intervento diretto della Repubblica islamica iraniana o della Siria come Stati, mentre chiedono con urgenza la partecipazione di Hezbollah e delle altre forze dell’Asse della Resistenza. Vogliono razzi in grandi salve contro aeroporti, comandi militari e obiettivi strategici, così da consumare Iron Dome, paralizzare l’aeronautica israeliana e creare le condizioni per un’offensiva terrestre dal nord. In altre parole, Hamas non immaginava il 7 ottobre come un episodio isolato, bensì come la prima scena di una guerra d’annientamento.
Qui crolla anche una delle letture più comode e velenose circolate in Israele dopo il massacro, quella secondo cui Hamas sarebbe stato spinto ad agire soprattutto dalla crisi interna israeliana. Nel documento compare un accenno alla famosa immagine di Israele come “ragnatela”, formula cara a Nasrallah, ma la lettera non costruisce la propria logica sulla protesta contro Netanyahu o sulla frattura civile israeliana. La struttura del testo è un’altra: Al-Aqsa, jihad, normalizzazione saudita da impedire, coordinamento con Hezbollah e Iran, distruzione dello Stato ebraico.
Proprio la normalizzazione con l’Arabia Saudita appare come una delle ossessioni dei firmatari. Hamas teme che un accordo tra Riyad e Israele possa modificare definitivamente gli equilibri regionali, isolare l’Asse della Resistenza e ridurre lo spazio politico della guerra permanente contro lo Stato ebraico. Per questo l’attacco del 7 ottobre viene presentato come uno strumento per interrompere il processo diplomatico e far saltare i cosiddetti “regimi del tradimento e della normalizzazione”.
Il documento racconta inoltre il rapporto fra Hamas e Hezbollah in modo più realistico di molte analisi esterne. I leader di Hamas ammettono di non aver avvertito Nasrallah in anticipo, chiedono scusa e giustificano il silenzio con la necessità di conservare l’effetto sorpresa. Sapevano che l’intelligence israeliana poteva intercettare segnali, comunicazioni, movimenti. Per questo hanno mantenuto il segreto persino verso l’alleato più importante, salvo poi implorarlo di entrare immediatamente in guerra quando ormai l’attacco era iniziato.
Nasrallah esitò, e quella esitazione cambiò la storia del Medio Oriente. Hezbollah aprì un fronte al nord, ma non lanciò l’offensiva totale che Hamas chiedeva. La lettera mostra quanto Sinwar, Deif e Issa contassero su un collasso rapido di Israele, su una moltiplicazione dei fronti e su un panico strategico capace di trasformare il massacro nel sud in una guerra regionale. Molto di quel piano fallì, anche se il prezzo pagato da Israele fu spaventoso.
Resta il valore politico di questa rivelazione. La lettera toglie ogni velo romantico al 7 ottobre. Non fu “resistenza”, né disperazione, né reazione improvvisa. Fu un progetto freddo, religioso, militare e politico, pensato per assassinare civili, catturare soldati, spezzare Israele dall’interno e incendiare l’intera regione. Chi continua a raccontare quella giornata come un’esplosione di rabbia palestinese dovrebbe leggere quelle righe una per una. Non per Israele. Per decenza.