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Italia sospende l’accordo di difesa con Israele: la svolta di Meloni

Roma congela il rinnovo automatico della cooperazione militare

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Italia sospende l’accordo di difesa con Israele: la svolta di Meloni

La decisione dell’Italia di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele segna un passaggio delicato, che va letto con attenzione per evitare interpretazioni superficiali. Non è una rottura, non è un cambio di campo, ma è comunque un segnale politico chiaro, che arriva in un momento di forte pressione internazionale e di crescente tensione nel dibattito europeo.

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di non rinnovare automaticamente un’intesa che negli anni aveva rappresentato uno dei pilastri della relazione bilaterale con Israele. Il punto è proprio questo “non automaticamente”. Non significa chiudere la cooperazione, ma rimetterla sotto valutazione politica, caso per caso, togliendola dal terreno delle procedure tecniche e riportandola dentro il conflitto delle scelte.

Non è il primo segnale. Già nel 2024 Roma aveva sospeso nuove forniture militari, pur rispettando i contratti già firmati prima del 7 ottobre 2023. La decisione attuale si inserisce in quella traiettoria, ma aggiunge un elemento più visibile, perché riguarda un accordo formale e non soltanto singole forniture.

Il ruolo del ministro della Difesa Guido Crosetto è stato determinante nel definire il tono di questa svolta. Le sue dichiarazioni, molto dure nei confronti del governo israeliano, non lasciano spazio a ambiguità sul piano politico. Parole che segnano una distanza, anche emotiva, rispetto a una linea che fino a poco tempo fa appariva più compatta.

Eppure fermarsi alle dichiarazioni sarebbe un errore. L’Italia resta un Paese strutturalmente legato a Israele su diversi piani, dalla sicurezza alla tecnologia, passando per la cooperazione industriale. La sospensione del rinnovo automatico non cancella questi legami, li rende più esposti alle oscillazioni del contesto internazionale.

Il contesto, appunto. La pressione europea è reale, così come lo è quella di una parte (molto rumorosa) dell’opinione pubblica italiana. A questo si aggiunge il fattore giudiziario, con iniziative e ricorsi che cercano di coinvolgere anche governi europei nelle responsabilità indirette del conflitto. È un ambiente che spinge verso prese di posizione più visibili, anche quando la sostanza delle relazioni resta complessa e stratificata.
C’è poi un elemento simbolico che pesa. La decisione arriva in coincidenza con la Giornata della Memoria della Shoah, e questo inevitabilmente amplifica il significato politico del gesto. Non perché ci sia un nesso diretto, ma perché il contesto rende ogni scelta più carica di implicazioni.

Dopo la sconfitta del referendum sulla riforma giudiziaria e dopo la bocciatura ungherese del governo Orbàn così ‘amico’ del governo italiano, l’esecutivo pensa essere necessario trovare un equilibrio che oggi è difficile da mantenere. Peccato che la corda su cui si muove traballa ogni giorno di più, ogni ora di più. E se domani qualcuno dovesse cadere e farsi male, non se la prenda poi con Israele.


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