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Tra fede e guerra, il diritto di difendersi

Dalla dottrina cattolica alla tragedia contemporanea, quando la forza diventa una responsabilità e non una scelta

Carlo Giovanardi

Tempo di Lettura: 3 min
Tra fede e guerra, il diritto di difendersi

Per chi come me è nato all’inizio della seconda metà del secolo scorso, l’insegnamento cattolico era molto chiaro: Gesù nei Vangeli parla esplicitamente sia del Paradiso che dell’Inferno, presentandoli come le due destinazioni finali opposte derivanti dalle scelte compiute in vita.

Nei Vangeli Cristo e il Demonio sono figure opposte: Gesù è il figlio di Dio e Salvatore, mentre Satana è l’Avversario tentatore. In questo contesto il peccato è la trasgressione volontaria e cosciente della legge divina, riassunta nei dieci comandamenti, tra cui non rubare, non uccidere ecc.

Ma la dottrina non esclude categoricamente l’uso della forza in situazioni limitate e specifiche, inquadrandole nel concetto di legittima difesa, rinunciabile per la propria persona ma doverosa quando vengono toccati i diritti o, peggio, la vita del prossimo (vicino o lontano che sia).

Sant’Agostino a proposito parlava di “guerra giusta” e di utilizzo delle armi a condizione che mirino a instaurare una pace giusta e duratura, spesso definita come una risposta alla violenza per proteggere la comunità; stessi concetti ripresi da San Tommaso che riteneva “la guerra giusta se ripara una ingiustizia, ma deve essere fatta con retta intenzione, con carità”.

È lo stesso concetto espresso nella preghiera della quarta forza armata, quella dei Carabinieri, la “Virgo Fidelis”, dove si chiede di poter “testimoniare sino alla morte l’amore a Dio ed ai fratelli italiani”.

Nella storia del nostro paese, ad esempio, centinaia di magistrati, carabinieri, poliziotti, amministratori hanno perso la vita nella lotta contro mafia, camorra e ‘ndrangheta per non aver voluto scendere a patti con quelle organizzazioni criminali: per lo Stato sono eroi e per la Chiesa martiri per una giusta causa.

Naturalmente più volte le forze dell’ordine hanno reagito con le armi quando era in gioco la loro stessa vita e quella di terze persone e per queste azioni coraggiose sono elogiate ed il personale coinvolto giustamente promosso.

Se tutto questo è vero, e lo sposto a livello internazionale, non posso non notare che poco più di 80 anni fa un criminale di nome Adolf Hitler ha sterminato in Europa sei milioni di ebrei, con un infernale circuito di morte di cui non ha mai riconosciuto pubblicamente l’esistenza.

Viceversa in questi anni Hamas, Hezbollah e il loro protettore Iran hanno teorizzato pubblicamente la cancellazione dello Stato di Israele “dal fiume al mare” mettendo in atto il 7 ottobre di due anni fa un’aggressione di cui sono state vittime più di mille persone innocenti, con padri, madri e figli fatti letteralmente a pezzi e quelle raccapriccianti immagini sono state diffuse ovunque dagli assassini, mentre gran parte degli ostaggi catturati sono stati successivamente eliminati fisicamente.

Ma i fanatici islamisti non si sono limitati ad esercitare il loro odio antisemita contro quelli che San Giovanni Paolo II chiamava i “nostri fratelli maggiori”, ma in Iran nel mese di gennaio di quest’anno il regime degli ayatollah ha eliminato fisicamente più di quarantamila giovani iraniani (cifre certificate dall’ONU) e negli ultimi giorni ne ha impiccati alcune decine.

Mi permetto pertanto di osservare che lo stesso Giovanni Paolo in Sicilia, con il famoso anatema “Nel nome di Dio Crocifisso e risorto… convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”, si rivolgeva chiaramente alla mafia e non certamente a chi si difendeva combattendola anche con le armi.

Concludo allora con la speranza che le autorità civili e religiose con sede nella nostra bella penisola possano tener conto di queste semplici ma oneste considerazioni.


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