Parlano di Israele come si parla del meteo. Con lo stesso distacco, la stessa leggerezza irresponsabile, lo stesso gusto per la frase fatta. Tajani interviene (ma nessuno si alza in piedi), il Pd discute (attenti che vi fa male), Conte invoca (e tutti lì a tremare), qualcuno tira fuori l’Aja come se fosse un telecomando (ma poi gli cade di mano perché si addormenta sul divano). Dichiarazioni inutili, una dopo l’altra, senza conseguenze, senza peso. Gaza, Libano, Hezbollah diventano parole da talk show, intercambiabili, buone per un titolo e per un applauso.
E’ tra il triste e il ridicolo. Da noi la guerra è un’opinione, un esercizio retorico, un tentativo di stare dalla parte giusta senza rischiare niente. E mentre altrove si combatte, si muore, si decide il futuro, la politica italiana gioca alla guerra da lontano, come se fosse un videogioco.
E poi ci si stupisce se nessuno la prende sul serio. La politica.
La guerra vista da Roma e l’illusione di contare
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