Mentre nei campus occidentali si urla al boicottaggio tra kefiah d’ordinanza, slogan prefabbricati e rivoluzioni rigorosamente entro l’ora dell’aperitivo, Benjamin Netanyahu vola ad Abu Dhabi e gli Accordi di Abramo continuano a lavorare sotto traccia. È questa la scena che manda ai matti una certa sinistra europea: gli arabi che trattano con Israele invece di obbedire al copione dell’odio permanente.
Da una parte ci sono i professionisti dell’indignazione, convinti che il Medio Oriente sia una gigantesca assemblea universitaria occupata. Dall’altra ci sono governi arabi che guardano all’Iran, ai commerci, alla tecnologia, alla sicurezza e perfino al turismo. In altre parole: alla realtà. Che è sempre meno romantica e molto più concreta.
Così accade che mentre in Europa si organizzano boicottaggi simbolici contro l’unica democrazia della regione, pezzi importanti del mondo arabo costruiscono rapporti economici, militari e strategici con Israele. E lo fanno senza sentirsi in colpa, senza chiedere il permesso agli attivisti col megafono e senza partecipare alla liturgia occidentale del “genocidio” pronunciato ogni quarto d’ora come una formula magica.
La verità è semplice e insopportabile per molti: gli Accordi di Abramo hanno mostrato che il Medio Oriente reale assomiglia sempre meno al Medio Oriente immaginario delle manifestazioni europee. E questa, per i fanatici dell’odio permanente, è forse la sconfitta più umiliante.
Bidoni della spazzatura
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