Hanno il cartello già pronto nel bagagliaio, cambia soltanto la scritta. Un giorno Gaza, il giorno dopo la flottiglia, poi i giudici internazionali, quindi il Papa, le sanzioni, l’emergenza democratica, il clima, il capitalismo, il neoliberismo, il panino troppo occidentale e il cane troppo borghese.
’importante è indignarsi senza mai fermarsi, perché fermarsi significherebbe pensare.
È nata una vera categoria professionale: gli indignati a gettone, che poi è tutta gente che passa da un corteo all’altro con la disciplina di un pendolare e la profondità di un hashtag. Parlano sempre di umanità, purché l’umanità non disturbi il proprio giro di comparsate televisive, post commossi e aperitivi militanti. Ogni tragedia diventa scenografia e ogni morto un accessorio morale da esibire davanti alla telecamera giusta.
Naturalmente cambiano le bandiere, cambiano le spille, cambiano perfino le kefiah di stagione. A restare identici sono il tono sacerdotale, la faccia scandalizzata e soprattutto quella meravigliosa sicurezza di appartenere sempre al Bene, qualunque cosa accada. Una volta gli intellettuali studiavano. Adesso sfilano.
I professionisti dell’indignazione
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