C’è stato un momento, a Milano, in cui la storia ha fatto una smorfia. Le bandiere della Brigata ebraica – quelle che hanno combattuto il nazifascismo – sono diventate un problema, un “errore”, qualcosa da tenere ai margini per non disturbare l’ordine del corteo. E allora la domanda è semplice, anzi brutale: da quando gli ebrei devono chiedere il permesso per partecipare alla Liberazione?
Si è rovesciato tutto. Chi c’era davvero viene trattato come un intruso, chi urla e insulta detta le regole. E intanto si finge di non vedere, si aggiusta il linguaggio, si abbassano i tonisempre nella stessa direzione: togliere di mezzo ciò che dà fastidio.
Poi arriva il sigillo politico. Il sindaco Giuseppe Sala parla di “errore” (Israele è un mostro che non può essere esibito, percaritàdiddio). Il problema è dunque la presenza ebraica e non il clima che ne ha fatto un bersaglio con quei coretti romantici (‘saponette mancate’, ‘ve ne volete andare? Sì o no? Ve ne volete andare? Sì o no?’). Il cortocircuito diventa completo: invece di difendere un pezzo di storia e civiltà, si finisce per legittimare chi quella storia e quella civiltà vuole espellere.
Chi parla di ‘incidente’ è o uno stupido o un ipocrita (a volte entrambe le cose). Qui siamo di fronte a una scelta. Ma, prima o poi, ogni scelta presenta il conto.
Le bandiere vietate
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