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⌥ Quando la vergogna va in ferie

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Per anni l’antisemitismo ha avuto bisogno di travestirsi. Si nascondeva dietro l’antisionismo, dietro il pacifismo, dietro l’antimperialismo e puntualmente ogni frase contro gli ebrei veniva accompagnata da una precauzione, da un distinguo, da un “io non sono antisemita, però…”.Oggi quasi non serve più.

Dopo mille giorni dal 7 ottobre è successo qualcosa di più inquietante dell’aumento degli episodi antiebraici, è che è cambiata la temperatura morale e l’odio non prova più imbarazzo. Esce di casa a volto scoperto, si firma, si applaude, si condivide e si fa anche un selfie.

C’è chi grida agli ebrei “assassini”, chi paragona Israele al Terzo Reich, chi considera normale escludere un ebreo da una manifestazione, chi pretende di spiegare agli ebrei come dovrebbero sentirsi. Si badi bene che tutto ciò avviene senza più il bisogno di abbassare la voce. Insomma, la vergogna ha preso ferie. E’ forse questo il vero successo dell’antisemitismo contemporaneo: aver convinto troppi che certe parole siano ormai accettabili, che certi pregiudizi siano perfino eleganti, che l’ostilità verso gli ebrei possa essere scambiata per coscienza civile.

Quando una società smette di arrossire, il problema non riguarda più soltanto gli ebrei. Riguarda quella società. Perché il primo sintomo di una malattia morale non è l’odio ma il giorno in cui l’odio smette di avere vergogna di se stesso.


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